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Nel corso di una separazione, di un divorzio o di un procedimento sui figli capita che il giudice parli di mediazione familiare. Molti genitori si chiedono allora se siano obbligati ad andarci, che cosa succede se rifiutano e se il processo si ferma. La risposta richiede di distinguere con cura due istituti che nel linguaggio comune vengono spesso confusi: la mediazione familiare, regolata dal codice di procedura civile dopo la riforma Cartabia, e la mediazione civile e commerciale del d.lgs. n. 28/2010, che ha regole e sanzioni del tutto diverse.
Che cosa può fare il giudice: l'art. 473-bis.10 c.p.c.
La riforma del processo di famiglia (d.lgs. n. 149/2022) ha introdotto l'art. 473-bis.10 c.p.c., dedicato alla mediazione familiare. La norma attribuisce al giudice due poteri, entrambi costruiti attorno alla volontà delle parti.
Il primo: il giudice può, in ogni momento, informare le parti della possibilità di avvalersi della mediazione familiare e invitarle a rivolgersi a un mediatore, scelto da loro tra gli iscritti nell'elenco previsto dalle disposizioni di attuazione del codice, per ricevere informazioni su finalità, contenuti e modalità del percorso e per valutare se intraprenderlo.
Il secondo: se ne ravvisa l'opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l'adozione dei provvedimenti temporanei e urgenti (art. 473-bis.22 c.p.c.) per consentire ai genitori di tentare una mediazione, con particolare riferimento alla tutela dell'interesse morale e materiale dei figli.
Il testo è chiaro: il giudice informa, invita, e con il consenso delle parti può concedere tempo. Non c'è un «ordine» di mediazione familiare, né una condizione di procedibilità.
Posso rifiutare? Le conseguenze reali
La mediazione familiare resta un percorso volontario. Il codice non prevede per chi non la intraprende sanzioni pecuniarie né l'improcedibilità della domanda: il processo prosegue e il giudice decide sull'affidamento, sul collocamento dei figli, sul mantenimento e sulla casa familiare.
Questo non significa che l'atteggiamento dei genitori sia irrilevante. Nelle decisioni sui figli il giudice valuta il loro interesse e, in quel quadro, considera il comportamento complessivo di ciascun genitore, compresa la capacità di collaborare con l'altro. Un rifiuto motivato e rispettoso è cosa diversa da un atteggiamento di chiusura sistematica verso ogni forma di dialogo. Ma si tratta di una valutazione di merito sull'interesse del minore, non di una sanzione per la mancata mediazione.
Quando la mediazione familiare è vietata
Il legislatore ha previsto un limite netto. L'art. 473-bis.43 c.p.c. vieta di iniziare il percorso di mediazione familiare quando è stata pronunciata una sentenza di condanna o di applicazione della pena, anche solo in primo grado, oppure è pendente un procedimento penale, in una fase successiva ai termini dell'art. 415-bis c.p.p. (avviso di conclusione delle indagini), per le condotte di violenza o abuso indicate dall'art. 473-bis.40 c.p.c., e anche quando tali condotte sono allegate o comunque emergono in corso di causa. Se notizie di abusi o violenze emergono durante il percorso, il mediatore lo interrompe immediatamente.
È una regola di protezione: la mediazione presuppone parti in condizione di parità, che non esiste dove c'è violenza. Chi è vittima di questi comportamenti deve segnalarlo al proprio avvocato fin dall'inizio, perché incide sull'intero procedimento.
La confusione da evitare: la mediazione civile del d.lgs. 28/2010
Molte informazioni che circolano sulla «mediazione disposta dal giudice» riguardano in realtà la mediazione civile e commerciale del d.lgs. n. 28/2010. È uno strumento diverso: si applica alle controversie su diritti disponibili (art. 2), può essere condizione di procedibilità della domanda e prevede conseguenze precise per chi non partecipa al primo incontro senza giustificato motivo: il giudice può trarne argomenti di prova ai sensi dell'art. 116 c.p.c. e, quando la mediazione è condizione di procedibilità, condanna la parte costituita assente al versamento allo Stato di una somma pari al doppio del contributo unificato (art. 12-bis).
A questa mediazione si riferisce, ad esempio, l'ordinanza della Cassazione n. 9608 del 15 aprile 2026, resa in una causa di sfratto per morosità: la Corte ha chiarito che al primo incontro la parte deve comparire personalmente o tramite un rappresentante munito di poteri sostanziali, che la presenza del solo difensore non basta e che l'assenza della controparte non rende improcedibile la domanda, ma comporta le sanzioni di legge. Sono principi importanti, ma non si trasferiscono alla mediazione familiare sui figli, che riguarda in larga parte diritti indisponibili e segue le regole del codice di procedura civile appena viste.
Le controversie familiari possono toccare anche profili patrimoniali disponibili, ad esempio la divisione di beni in comproprietà: per quelle domande va verificato caso per caso se si applichi la disciplina del d.lgs. 28/2010.
Il limite dei percorsi terapeutici
Un tema vicino riguarda i percorsi psicologici. La Cassazione ha più volte escluso che il giudice possa imporre a un genitore una psicoterapia individuale, perché inciderebbe sulla libertà di autodeterminazione nelle cure garantita dall'art. 32 della Costituzione. Diverso è il caso dei percorsi di sostegno alla genitorialità, affidati ai servizi sociali e collegati alla tutela dei figli, che la giurisprudenza ha ritenuto ammissibili quando il conflitto tra i genitori danneggia i minori.
Anche qui il filo è lo stesso: gli strumenti di supporto sono al servizio dell'interesse del minore e non possono trasformarsi in una coercizione sulla persona del genitore.
Cosa fare in concreto
Se il giudice vi invita a rivolgervi a un mediatore familiare, conviene prendere sul serio l'invito: il primo incontro serve solo a ricevere informazioni e a valutare se iniziare il percorso, e può aiutare a costruire accordi più stabili sui figli. Se decidete di non proseguire, è utile che le ragioni siano chiare e coerenti con l'interesse dei figli.
Se il giudice propone di rinviare i provvedimenti per consentire un tentativo di mediazione, ricordate che serve il consenso di entrambi: prima di darlo, valutate con il vostro avvocato se il rinvio è compatibile con le esigenze immediate dei figli, ad esempio sul mantenimento o sulla casa.
Se nella vostra situazione ci sono stati episodi di violenza o abusi, segnalatelo subito: la mediazione familiare in questi casi non può essere avviata e il procedimento segue regole specifiche di protezione.
Infine, diffidate delle informazioni che parlano di sanzioni del doppio del contributo unificato o di improcedibilità per chi non partecipa alla mediazione familiare: quelle regole appartengono alla mediazione civile e commerciale del d.lgs. n. 28/2010, non al percorso sui figli disciplinato dagli artt. 473-bis.10 e 473-bis.43 c.p.c.
Redazione - Staff Studio Legale MP