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Se Google ti ha già inviato un rifiuto generico — quella risposta automatica che dice solo che la tua richiesta "non soddisfa i criteri previsti dalla legge europea sulla privacy" — e non hai ancora fatto nulla, il tempo che passi ad aspettare lavora contro di te. Ogni settimana in più che quei risultati restano indicizzati è una settimana in cui un datore di lavoro, un cliente, un partner potrebbe trovarti associato a una vicenda che non ti rappresenta più. Dal 15 novembre 2026, però, le regole cambiano in modo strutturale. Capire subito cosa cambia e come muoverti può fare la differenza tra un'istanza che va nel cestino e una che ottiene risultato.
Cosa cambia dal 15 novembre per chi vuole contestare il rifiuto di Google
Il Tribunale di Milano ha ordinato a Google di permettere l'allegazione di documenti alle richieste di deindicizzazione e di motivare in modo comprensibile i dinieghi entro il 15 novembre 2026, con una penale di 20.000 euro per ogni giorno di ritardo. Il provvedimento è stato pubblicato nell'ottobre 2026 ed è stato emesso dalla sezione specializzata in materia di impresa del Tribunale civile.
La decisione riguarda l'applicazione degli articoli 17 e 21 del Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali. In concreto: fino a oggi Google poteva risponderti con una formula di rifiuto identica per chiunque, senza spiegare perché il tuo caso specifico non superasse il bilanciamento tra privacy e diritto all'informazione. Il provvedimento impone invece che gli utenti possano allegare documentazione a sostegno delle proprie richieste e che le risposte rendano immediatamente comprensibili le ragioni di un eventuale diniego.
Lo strumento giuridico impiegato è l'azione inibitoria collettiva dell'articolo 840-sexiesdecies del codice di procedura civile, introdotto dalla legge 31/2019: chiede la cessazione di condotte che danneggiano più persone e, a differenza dell'azione di classe risarcitoria dell'articolo 840-bis, corregge una procedura senza liquidare danni individuali.
Google ha annunciato che presenterà appello e si è detta in disaccordo con la decisione, sostenendo di avere investito in team dedicati all'esame delle singole richieste con l'obiettivo di bilanciare privacy e diritto all'informazione e che il proprio processo di revisione sarebbe conforme alla normativa. Nel frattempo, salvo modifiche o sospensioni del provvedimento, il termine indicato dal Tribunale per l'adeguamento delle procedure resta fissato al 15 novembre 2026.
Come costruire un'istanza robusta: i documenti che cambiano tutto
Qui sta il punto che la maggior parte dei blog giuridici omette. Il rifiuto "standard" di Google — quello che arriva generalmente entro tre o quattro settimane dalla prima istanza — non cita mai gli articoli del GDPR su cui si fonda, non analizza il tuo caso, non distingue tra interesse pubblico attuale e mera curiosità retrospettiva. È un atto quasi automatico. Finora chi lo riceveva non sapeva nemmeno su quale parte della motivazione fare leva per contestarlo.
Il punto critico, nella pratica, è la qualità documentale dell'istanza originaria. Allegare solo la propria carta d'identità e indicare l'URL da deindicizzare non è sufficiente. Quello che distingue un'istanza robusta da una destinata al rigetto automatico è la triade: provvedimento giudiziario di chiusura del procedimento (la sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere o il provvedimento di archiviazione, meglio se con l'annotazione che la cancelleria appone su richiesta ai sensi dell'art. 64-ter disp. att. c.p.p.), screenshot datati dei risultati di ricerca ottenuti digitando il proprio nome, e una nota sintetica che illustri perché l'interesse pubblico all'informazione — già debole nel momento della notizia originaria — si è nel frattempo azzerato o ridotto a mera curiosità. Le Linee guida EDPB 5/2019 sui criteri per l'esercizio del diritto all'oblio nei motori di ricerca offrono lo schema preciso di questo bilanciamento: citarle nell'istanza, anche solo in apertura, segnala a chi esamina la richiesta che ci si muove su basi normative precise e non per impulso emotivo.
Dal 15 novembre, Google sarà tenuta ad accettare questi allegati nel modulo online. Prima di quella data, il canale più efficace per produrre documentazione è la diffida formale inviata direttamente a Google Ireland Ltd. (titolare del trattamento per l'Europa) tramite posta certificata o raccomandata, allegando tutti i documenti sopra indicati. Questa strada è percorribile già adesso e non richiede di attendere l'adeguamento del modulo.
Cos'è l'azione inibitoria collettiva contro Google e chi può aderirvi
L'associazione Algopolio, che ha promosso il ricorso, è un ente indipendente per la tutela dei diritti digitali. L'azione collettiva era stata promossa alla fine del 2025 da alcuni membri di Algopolio e da altri cittadini, assistiti dagli avvocati Francesco Dagnino e Silvia Cossu dello studio Lexia e Barbara Randazzo e Ruggero Rudoni dello studio Oralex.
Il meccanismo dell'inibitoria collettiva non genera automaticamente un risarcimento individuale per chi aveva già ricevuto un rifiuto: interviene sulla procedura di Google, non sul singolo caso. Chi ha già subìto un diniego generico, però, potrà beneficiare della nuova procedura in due modi distinti. Primo: ripresentare l'istanza dopo il 15 novembre con la documentazione allegata, questa volta con l'obbligo per Google di rispondere nel merito. Secondo: contestare il nuovo diniego — se ancora non motivato in modo specifico — davanti al Garante Privacy o in sede giudiziale, potendo ora dimostrare che Google non ha rispettato nemmeno l'ordine del Tribunale di Milano.
Come contestare il rifiuto di Google alla richiesta di deindicizzazione
La risposta breve è: con il reclamo al Garante oppure con il ricorso al giudice, che per lo stesso oggetto e tra le stesse parti sono strade alternative. Il reclamo al Garante Privacy italiano è la via meno costosa. Il Garante Privacy è intervenuto specificamente sul tema con il provvedimento n. 752 del 7 ottobre 2026 in materia di diritto all'oblio nell'ambito universitario, confermando la propria attività di vigilanza attiva su questo settore. Il reclamo al Garante si può proporre dopo la risposta negativa di Google o dopo il decorso del termine di risposta senza riscontro, non richiede patrocinio obbligatorio e può portare a un ordine di deindicizzazione con effetti immediati.
Se il Garante non accoglie il reclamo, la sua decisione si può impugnare davanti al tribunale ordinario entro trenta giorni dalla comunicazione; in alternativa al reclamo, ci si può rivolgere fin dall'inizio al tribunale per ottenere l'ordine di rimozione degli URL contestati. A quel punto, se la deindicizzazione viene riconosciuta ma il giudice di merito nega il risarcimento, il quadro giurisprudenziale recente offre ulteriori argomenti.
Con l'ordinanza n. 6433/2026, pubblicata il 18 marzo 2026, la Prima Sezione civile della Corte di Cassazione — Pres. Giusti, Rel. Russo — è intervenuta su un caso di diritto all'oblio, accogliendo il ricorso proposto avverso la sentenza del Tribunale di Roma che aveva riconosciuto la violazione del diritto all'oblio da parte di Google LLC ma aveva respinto la domanda risarcitoria per difetto di prova del danno; la Suprema Corte ha cassato la decisione con rinvio, disponendo un nuovo esame da parte del giudice di merito.
La Corte di Cassazione ha ritenuto fondati i motivi di ricorso, rilevando un vizio nella motivazione della sentenza impugnata e qualificandola come "apparente" e non conforme al minimo costituzionale richiesto dall'art. 111, comma 6, della Costituzione. In termini pratici: se il giudice di merito accerta la violazione ma nega il risarcimento senza esaminare concretamente il pregiudizio allegato, quella motivazione è giuridicamente nulla e può essere impugnata.
Tempistiche e scadenze: il calendario da tenere a mente
La procedura ha momenti precisi che non si possono ignorare. Google ha l'obbligo di rispondere a un'istanza di deindicizzazione entro un mese dalla ricezione (art. 12, par. 3, GDPR); in casi complessi può prorogare di altri due mesi, ma deve comunicarlo entro il primo mese. Se non risponde o risponde solo con una formula standard senza motivazione, da quel momento si può presentare reclamo al Garante.
Il 15 novembre 2026 è la data entro cui Google dovrà adeguare i propri moduli all'ordine del Tribunale di Milano. Chi ha già ricevuto un rifiuto generico prima di quella data ha due strade parallele: presentare subito reclamo al Garante documentando che il diniego mancava di motivazione specifica, oppure attendere il 15 novembre e ripresentare l'istanza direttamente a Google con la documentazione allegata, avvalendosi delle nuove procedure.
Se Google non si adegua entro il 15 novembre, scatta la penale prevista dal Tribunale: 20.000 euro per ogni giorno di ritardo, un meccanismo di pressione che rende l'adeguamento di Google economicamente necessario, indipendentemente dall'esito dell'appello annunciato.
Summum ius summa iniuria: la massima latina ricorda che l'applicazione rigorosa della norma senza attenzione al caso concreto può produrre l'esito opposto alla giustizia. Per anni il modulo standard di Google ha applicato una procedura uguale per tutti, senza distinguere tra chi chiedeva la cancellazione per evitare responsabilità e chi chiedeva di essere semplicemente dimenticato per qualcosa che non lo riguardava più. L'ordinanza del Tribunale di Milano rompe questa uniformità e impone l'individualizzazione della valutazione.
Nota dall'esperienza dello studio
Nelle pratiche di diritto all'oblio che seguiamo, l'errore più frequente che osserviamo è presentare l'istanza a Google citando solo il link da rimuovere e il proprio nome, senza allegare alcun documento a supporto. In quel caso, Google applica automaticamente la risposta standard e il richiedente si trova a dover gestire un rifiuto senza avere un punto di appiglio per contestarlo. La seconda criticità è aspettare che scadano tutti i termini prima di muoversi: reclamo al Garante e ricorso al giudice sono alternativi e la scelta va ponderata subito, ma costruire il fascicolo documentale dall'inizio — con data certa — è ciò che rende credibile qualsiasi azione successiva.
Domande frequenti
Cosa succede se Google non adegua i moduli entro il 15 novembre 2026?
L'ordinanza del Tribunale di Milano prevede una penale giornaliera per ogni giorno di inadempimento. Google ha annunciato appello, ma fino a una eventuale sospensione del provvedimento il termine e le sanzioni rimangono in vigore. Chi ha già ricevuto un rifiuto può in ogni caso procedere già ora con un reclamo al Garante Privacy, senza attendere quella data.
Posso contestare un rifiuto di Google anche se la vicenda per cui chiedo la deindicizzazione è solo reputazionale e non penale?
Sì, il diritto alla cancellazione previsto dall'art. 17 GDPR non riguarda solo i procedimenti penali. Si applica ogni volta che i dati trattati non sono più necessari rispetto alla finalità originaria, o quando l'interesse pubblico alla notizia si è esaurito nel tempo. La procedura è la stessa: istanza documentata, poi reclamo al Garante oppure ricorso giudiziale. La valutazione di merito cambierà caso per caso, ma lo strumento non muta.
Quanto tempo ci vuole per ottenere la deindicizzazione?
Se Google accoglie direttamente l'istanza, i tempi sono di poche settimane dalla presentazione. Se si procede via Garante, per legge la decisione deve arrivare entro nove mesi (dodici in caso di motivate esigenze istruttorie). La via giudiziale, con domanda di inibitoria cautelare, può portare a un provvedimento provvisorio in tempi più rapidi — nell'ordine di uno o due mesi — ma richiede il patrocinio di un legale e la dimostrazione del pregiudizio imminente. In ogni caso, costruire subito il fascicolo documentale è la condizione che accorcia tutti questi tempi a prescindere dal canale scelto.
Redazione - Staff Studio Legale MP