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Risarcimento deindicizzazione negato: la Cassazione ribalta tutto - Studio Legale MP - Verona

Oltre il 60% delle richieste di deindicizzazione inviate a Google in Europa riceve una risposta parziale o negativa al primo tentativo. Molti di coloro che resistono e arrivano davanti a un giudice ottengono il riconoscimento della violazione — e poi si sentono dire che il danno non è provato. È una contraddizione che la Cassazione ha messo a nudo con l'ordinanza Cass. civ., Sez. I, 18 marzo 2026, n. 6433, Pres. Giusti, Rel. Russo: il risarcimento del danno da deindicizzazione tardiva non può essere negato con una motivazione generica, perché il pregiudizio può essere dimostrato attraverso le presunzioni semplici previste dall'art. 2729 del codice civile.

Chi ha già ottenuto il riconoscimento della violazione ma si è visto respingere la domanda risarcitoria con un provvedimento poco motivato, oggi ha in mano uno strumento preciso per riaprire quella partita.

Il caso: Google rimuove in ritardo, il tribunale nega i danni

Un soggetto era stato coinvolto in un procedimento penale conclusosi con la dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione. La vicenda origina dalla richiesta di deindicizzazione avanzata al motore di ricerca Google da un soggetto coinvolto in un procedimento penale conclusosi con declaratoria di estinzione per prescrizione.

Dopo quell'esito, la persona coinvolta aveva chiesto a Google la deindicizzazione di articoli online che ancora riportavano notizie sulla vicenda giudiziaria, allegando anche il riferimento al provvedimento conclusivo. Google, però, aveva dato seguito a una sola delle due richieste. L'altra era rimasta inevasa, lasciando gli URL contestati perfettamente visibili e raggiungibili fino alla notifica del ricorso.

Il ritardo superava un anno. Quando il ricorso fu notificato, Google rimosse gli URL residui. Il Tribunale riteneva pertanto cessata la materia del contendere, affermando che era stato violato il diritto all'oblio del ricorrente ma negando il risarcimento del danno. La formula usata era lapidaria: "non ha offerto la prova in ordine alla sussistenza di esso e, quindi, la domanda va respinta".

La Cassazione ha detto che quella frase non è una motivazione. È un'apparenza di motivazione.

Se Google ti ha deindicizzato dopo mesi, puoi chiedere i danni per il periodo di ritardo?

Sì. Con l'ordinanza 6433 del 18 marzo 2026, la Corte di Cassazione ha cassato la sentenza nella quale il Tribunale di Roma negava a un utente il risarcimento del danno da ritardata deindicizzazione di articoli di stampa che lo riguardavano. Il principio è chiaro: il fatto che Google abbia poi rimosso i contenuti non cancella il danno subito durante il periodo in cui quegli URL erano ancora indicizzati e reperibili da chiunque. I gestori dei motori di ricerca, infatti, sono tenuti a garantire un tempestivo riscontro alle istanze di deindicizzazione da parte degli utenti che invochino motivatamente il proprio diritto all'oblio. Il ritardo nella risposta è esso stesso un illecito autonomo, distinto dal rifiuto definitivo.

Come si prova il danno da mancata deindicizzazione senza conseguenze concrete documentate?

Attraverso le presunzioni semplici — cioè il ragionamento che il giudice può fare a partire da fatti certi per ricavare fatti incerti, secondo lo schema dell'art. 2729 c.c. La Cassazione ha censurato il Tribunale proprio per non aver applicato questo strumento. L'art. 2729 c.c. disciplina il ragionamento presuntivo e, ove correttamente applicato, avrebbe dovuto indurre il primo giudice a ritenere provato il danno di cui è stato chiesto il risarcimento. Il ricorrente deduce che nel rilevare la mancanza di prova del danno il primo giudice ha compiuto un duplice errore di diritto, sul metodo da utilizzare al fine della corretta valutazione del materiale probatorio.

Che cosa è sufficiente come punto di partenza per la presunzione? La Corte indica tre elementi oggettivi: la visibilità dei contenuti durante il ritardo (quanto a lungo erano reperibili), la gravità delle informazioni (un'accusa penale pesa diversamente da una disputa commerciale), il contesto professionale e personale dell'interessato (un libero professionista esposto a una ricerca sul suo nome subisce un pregiudizio diverso da chi opera in un settore non esposto al pubblico).

Nessuno di questi elementi richiede una prova documentale del tipo "ho perso questo contratto il giorno X a causa di quell'URL". Richiedere quella prova è l'errore di diritto che la Cassazione ha sanzionato.

Cosa significa motivazione "apparente" nel rigetto del risarcimento?

Nel linguaggio della Cassazione, una motivazione è "apparente" quando esiste formalmente — il giudice scrive qualcosa — ma non affronta davvero il problema. Secondo la Cassazione, la motivazione con cui il Tribunale ha escluso il danno è "apparente" e quindi giuridicamente nulla. In pratica: dire "danno non provato" senza spiegare perché le circostanze allegate non siano sufficienti a formare una presunzione non è motivare. È eludere la motivazione.

Questa distinzione ha conseguenze processuali dirette. Una motivazione apparente è censurabile in Cassazione ai sensi dell'art. 360, n. 4, c.p.c. come vizio di nullità della sentenza — il che significa che il vizio non riguarda solo la valutazione del merito (insindacabile in sede di legittimità) ma la struttura stessa del provvedimento. Chi ha già una sentenza di questo tipo in mano può impugnarla su questo punto preciso.

Il dettaglio che i blog non dicono: la documentazione che salva (o affossa) la causa

I commenti alla pronuncia si fermano tutti allo stesso punto: la prova presuntiva è ammessa, bene. Ma nessuno spiega cosa serve, concretamente, per costruire quella presunzione davanti al giudice del rinvio o in un nuovo giudizio.

Nelle pratiche che seguiamo, l'errore più frequente è uno solo: il cliente non ha conservato nulla dal momento del primo rifiuto di Google fino alla notifica del ricorso. Nessuno screenshot, nessuna data, nessuna traccia della visibilità prolungata. Eppure è esattamente quella documentazione — raccolta sistematicamente e con data certa — la "circostanza oggettiva" che la Cassazione indica come base sufficiente per la presunzione.

Uno screenshot datato e geolocalizzato del risultato di ricerca, eseguito ogni due o tre settimane durante il periodo di ritardo, vale quanto una perizia. Mostra che il contenuto era visibile, quando era visibile, e a partire da quale ricerca. Abbinato a una descrizione dell'attività professionale svolta dall'interessato — e quindi dell'esposizione pubblica del suo nome — fornisce al giudice tutti gli elementi per il ragionamento presuntivo che la Corte richiede.

Un aspetto ulteriore, spesso trascurato: il garante per la protezione dei dati personali ha confermato questa linea anche sul fronte amministrativo. Il provvedimento n. 752 del 7 ottobre 2026 del Garante riguarda specificamente il diritto all'oblio in relazione a studenti e università — a riprova che il tema si estende ben oltre le vicende penali e investe qualsiasi contesto in cui dati datati restino indicizzati senza base legale attuale. Il segnale è coerente: l'obbligo di risposta motivata e tempestiva alle istanze di cancellazione vale per tutti i titolari del trattamento, non solo per Google.

Il brocardo latino actori incumbit probatio — l'onere della prova grava su chi agisce — non scompare con l'ordinanza 6433/2026. Cambia però il contenuto di quell'onere: non è più necessario portare un danno specifico e documentato in modo analitico. È sufficiente portare le circostanze oggettive da cui il danno si inferisce logicamente. La differenza, nella pratica, è enorme.

Rodolfo von Jhering scriveva che il diritto non è un dono, ma una conquista che richiede lotta continua. Nel contenzioso sulla reputazione digitale questa frase prende un significato molto concreto: il diritto al risarcimento esiste, ma va costruito pezzo per pezzo, fin dal primo rifiuto di Google.

Cosa fare se hai già una sentenza che nega il risarcimento

Prima cosa: verificare se la sentenza è passata in giudicato, cioè se sono scaduti i termini per l'impugnazione — in genere sei mesi dalla pubblicazione o trenta giorni dalla notificazione. Se i termini sono aperti, il ricorso in Cassazione per vizio di motivazione apparente è oggi un percorso praticabile con argomenti precisi.

Se invece si è in sede di rinvio — come nel caso deciso con l'ordinanza 6433/2026 — il giudice che riprende la causa è vincolato al principio di diritto enunciato dalla Suprema Corte: deve valutare le presunzioni, non può semplicemente ribadire "danno non provato". In quel giudizio, presentare la documentazione sistematica descritta sopra è determinante.

Se la vicenda è ancora in primo grado, il momento migliore per raccogliere quella documentazione è adesso: ogni settimana in cui il contenuto rimane indicizzato è una settimana documentabile.

Nota dall'esperienza dello studio

Nelle pratiche in materia di diritto all'oblio, vediamo spesso una sequenza ricorrente: la persona attende mesi prima di formalizzare l'istanza a Google, poi — ottenuto finalmente il rifiuto — si concentra tutto sull'ottenere la rimozione e nessuno pensa a documentare il periodo di esposizione. Quando poi si arriva davanti al giudice, mancano le prove elementari: nemmeno una stampa datata della pagina dei risultati. Quel vuoto documentale è, tecnicamente, ciò che ha permesso al Tribunale di Roma di negare il risarcimento nel caso poi ribaltato dalla Cassazione. La soluzione non è costosa né complicata: bastano screenshot periodici con data, salvati su una cartella con nome e data del file, da conservare per tutta la durata della procedura.

Domande frequenti

Ho già ottenuto la deindicizzazione. Posso comunque chiedere i danni per i mesi in cui il contenuto era ancora visibile?

Sì. La rimozione tardiva non cancella il pregiudizio già subito. L'ordinanza Cass. civ., Sez. I, n. 6433 del 18 marzo 2026 chiarisce che il ritardo nella risposta all'istanza è un illecito autonomo e che il danno da esposizione prolungata può essere provato attraverso presunzioni semplici: visibilità del contenuto, natura delle informazioni, contesto professionale dell'interessato.

Devo dimostrare che ho perso un cliente o un lavoro a causa di quell'articolo indicizzato?

No. La Cassazione ha esplicitamente criticato il giudice che richiedeva questo tipo di prova diretta come unica via. L'art. 2729 c.c. permette di provare il danno non patrimoniale — cioè il pregiudizio alla reputazione e alla riservatezza — attraverso elementi indiziari: screenshot datati dei risultati di ricerca, durata del ritardo, gravità delle informazioni esposte, attività svolta dall'interessato. Questi elementi, valutati insieme, sono sufficienti.

Google ha risposto solo dopo che ho presentato ricorso: questo conta a mio favore?

Sì, e in modo significativo. Il fatto che Google abbia rimosso gli URL solo a seguito della notifica del ricorso dimostra che la rimozione era tecnicamente possibile fin dall'inizio e che il ritardo non era giustificato. È una circostanza oggettiva che rafforza il ragionamento presuntivo: se il contenuto era rimovibile e non è stato rimosso per oltre un anno, il danno durante quel periodo è logicamente inferibile.

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Autore: Redazione - Staff Studio Legale MP


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