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C'è una convinzione che circola con insistenza: basta compilare il modulo online di Google, attendere qualche settimana e il problema è risolto. La realtà è quasi sempre diversa. Nella grande maggioranza dei casi in cui la richiesta di deindicizzazione Google per il diritto all'oblio non produce effetti, il problema non è Google che viola la legge. Il problema è nell'istanza stessa: incompleta, priva di documenti, o presentata nel momento sbagliato della sequenza procedurale corretta.
L'ordinanza del Tribunale civile di Milano, Sezione specializzata in materia di impresa, pubblicata il 5 ottobre 2026, proc. n. 30867/2025, Pres. Silvia Giani, Est. Lorena Casiraghi, ha reso questa verità una questione di diritto: il modulo standard di Google era strutturalmente inadeguato. Non consentiva di allegare documenti. I rifiuti arrivavano senza spiegare perché. Il Tribunale ha ordinato a Google di adeguarsi entro il 15 novembre 2026, con una penale di 20.000 euro per ogni giorno di ritardo. Google ha annunciato appello, ma il termine resta fissato. Per chi ha già ricevuto un rifiuto generico, si apre una finestra concreta per ripresentare l'istanza su basi molto più solide.
Questo è il momento giusto per capire cosa è andato storto.
Errore n. 1: chiedere la deindicizzazione prima di diffidare il sito sorgente
Google non è il sito che ha pubblicato la notizia. È il motore che la indicizza. Quando Google risponde a un'istanza di deindicizzazione — cioè di rimozione dell'URL dai risultati di ricerca associati al nome dell'interessato — valuta, tra l'altro, se la fonte originaria è ancora attiva e se il contenuto è di interesse pubblico attuale.
Se l'articolo è ancora online, non rimosso né rettificato, Google tende a rifiutare citando la persistenza della fonte ufficiale. Va però chiarito che la legge non impone di rivolgersi prima all'editore: la Corte di giustizia UE ha riconosciuto che la richiesta può essere presentata direttamente al motore di ricerca, anche quando la pubblicazione sul sito sorgente resta lecita (sentenza 13 maggio 2014, C-131/12, Google Spain). Diffidare prima il sito è una scelta di strategia: se l'editore rimuove o aggiorna la notizia, la richiesta a Google diventa molto più semplice.
La sequenza più efficace, quando è possibile, è: prima si diffida l'editore o il sito sorgente — con raccomandata o PEC — poi, se entro trenta giorni non risponde o non rimuove, si presenta l'istanza a Google allegando copia della diffida e dell'eventuale silenzio. Invertire l'ordine non è un dettaglio burocratico: è la causa più frequente di rifiuto nelle pratiche che seguiamo.
Errori n. 2 e 3: istanza senza URL precisi e senza documenti allegati
Perché Google rifiuta la deindicizzazione? Spesso per ragioni che avrebbero potuto essere evitate con cura nella fase di compilazione.
Il modulo richiede l'indicazione degli URL specifici da rimuovere — non del sito in generale, non del titolo dell'articolo, ma dell'indirizzo esatto e completo della singola pagina. Un URL errato, troncato o generico produce quasi certamente un rifiuto o l'assenza di risposta. Prima di inviare qualsiasi istanza, occorre raccogliere e verificare ogni URL con attenzione, uno per uno, copiandolo dalla barra del browser e accertandosi che rimandi direttamente alla pagina contenente le informazioni lesive.
Sul punto degli allegati, il Tribunale di Milano ha detto qualcosa di preciso: il modulo di Google non permetteva di allegare documenti, e questo ostacolava strutturalmente l'esercizio del diritto. Da qui l'obbligo di modifica entro il 15 novembre. Ma anche prima di quella data, e a maggior ragione dopo, è necessario produrre documentazione concreta: sentenza di proscioglimento, decreto di archiviazione, provvedimento del Garante, rettifica pubblicata dal sito sorgente, o qualsiasi altro documento che dimostri perché la notizia non risponde più a un interesse pubblico attuale.
Quali documenti bisogna allegare alla richiesta di deindicizzazione a Google? La risposta dipende dal tipo di vicenda: per procedimenti penali conclusi, serve il provvedimento conclusivo (sentenza, decreto di archiviazione, declaratoria di prescrizione); per notizie datate senza procedimenti, servono elementi che dimostrino il decorso del tempo e la perdita di rilevanza pubblica; per dati trattati senza base legale, serve il provvedimento del Garante se già ottenuto, oppure la diffida inviata al titolare del trattamento. Senza allegati, l'istanza è una dichiarazione unilaterale priva di riscontro.
Errore n. 4: non conservare gli screenshot datati prima di inviare l'istanza
Questo è l'errore che quasi nessun blog segnala, e che nella pratica si rivela spesso decisivo.
La Cass. civ., Sez. I, ord. 18 marzo 2026, n. 6433, Pres. Giusti, Rel. Russo, ha stabilito che il rigetto del risarcimento del danno da tardiva deindicizzazione non può fondarsi su una motivazione meramente apparente: il danno non patrimoniale — cioè il pregiudizio alla reputazione e alla riservatezza — può essere dimostrato anche attraverso presunzioni semplici, a patto che l'interessato abbia allegato circostanze oggettive sulla visibilità dei contenuti rimasti online.
Sed quid si nulla fuit allegatio? — ma cosa succede se non c'era nulla da allegare? Il Tribunale di primo grado, nel caso esaminato dalla Cassazione, aveva negato il risarcimento proprio per assenza di prova del pregiudizio. La Cassazione ha cassato quella decisione per motivazione apparente, ma ha anche confermato che la prova presuntiva richiede pur sempre elementi concreti forniti dall'interessato.
Lo screenshot della pagina di ricerca Google — con il proprio nome come termine di ricerca, la data visibile, l'URL completo della pagina e il titolo dell'articolo lesivo — è la prova più semplice e più efficace di visibilità prolungata. Va fatto prima di inviare l'istanza, conservato in formato PDF con metadati, e ripetuto periodicamente se il contenuto rimane online. Senza quella documentazione, anche un giudice favorevole potrà negare il risarcimento.
Come recita il brocardo res ipsa loquitur — la cosa parla da sé — ma solo se è documentata.
Perché Google continua a mostrare notizie su di me anche dopo la richiesta di cancellazione?
Le ragioni sono generalmente due: o la richiesta presentava uno dei difetti descritti sopra, oppure Google ha ritenuto prevalente l'interesse pubblico alla notizia rispetto al diritto dell'interessato. In quest'ultimo caso, l'obbligo di motivazione — sancito dall'ord. Trib. Milano, 5 ott. 2026 — consente ora di sapere esattamente perché è stato rifiutato e di contestare quella valutazione con argomenti documentati. Prima del 5 ottobre 2026, il rifiuto arrivava senza spiegazioni. Da novembre in poi, ogni diniego dovrà indicare le ragioni concrete: questo apre la strada a nuove istanze più precise e, se necessario, a reclami fondati al Garante Privacy.
Errore n. 5: presentare il reclamo al Garante prima dei 30 giorni di silenzio di Google
Il Garante Privacy può essere investito della questione, ma solo dopo che Google ha avuto il tempo di rispondere. Secondo il GDPR — il Regolamento europeo sulla protezione dei dati, vigente in Italia dal 2018 — il titolare del trattamento ha un mese di tempo dalla ricezione dell'istanza per rispondere. Se supera quel termine senza rispondere, oppure risponde con un rifiuto, l'interessato può presentare reclamo al Garante oppure adire l'autorità giudiziaria.
Presentare il reclamo prima di questo termine non è solo prematuro: in alcuni casi comporta la declaratoria di improcedibilità e obbliga a ricominciare dall'inizio. Il provvedimento del Garante Privacy n. 752 del 7 ottobre 2026, in materia di diritto all'oblio in ambito universitario, conferma la medesima logica: la sequenza corretta — diffida al titolare, attesa del termine, poi eventuale reclamo — vale per qualsiasi categoria di soggetto che tratti dati online, non solo per i motori di ricerca.
Nella pratica dello studio, il reclamo al Garante presentato troppo presto è uno degli errori che rallenta maggiormente le procedure: non solo non accelera i tempi, ma costringe a ricominciare la sequenza da capo.
Nota dall'esperienza dello studio
Tra le pratiche in materia di diritto all'oblio che seguiamo, l'errore più ricorrente è la sottovalutazione della fase preliminare: l'istanza a Google viene inviata senza una diffida preventiva al sito sorgente e senza alcuna documentazione allegata. Quando arriva il rifiuto — spesso generico — si scopre che non esistono prove documentate della visibilità del contenuto. Recuperare la posizione in quel momento è possibile, ma richiede tempo e lavoro molto maggiore rispetto a una corretta impostazione iniziale. Cinque minuti di screenshot datato e una raccomandata preventiva all'editore valgono spesso più di mesi di corrispondenza successiva.
Il diritto alla riservatezza non è un privilegio: è la condizione che consente a ciascuno di costruire la propria identità senza essere definito per sempre da un singolo episodio del passato. Ma quel diritto, per esistere concretamente, deve essere esercitato con strumenti adeguati.
Cosa fare se Google non risponde entro un mese alla richiesta di oblio?
Decorso un mese dalla ricezione dell'istanza senza risposta, l'interessato ha due strade: presentare reclamo al Garante Privacy (art. 77 GDPR) oppure ricorrere all'autorità giudiziaria ordinaria con ricorso d'urgenza ex art. 700 c.p.c. — il procedimento d'urgenza che consente di ottenere un provvedimento rapido in attesa del giudizio di merito. Le due strade sono alternative: il reclamo al Garante non può essere proposto se per lo stesso oggetto e tra le stesse parti è già stato adito il giudice, e viceversa la presentazione del reclamo rende improponibile la stessa domanda davanti al giudice. La scelta va fatta all'inizio, a seconda dell'urgenza e del tipo di contenuto. Il reclamo al Garante è più rapido e meno costoso; il ricorso giudiziario è più incisivo se si mira anche al risarcimento del danno.
Domande frequenti
Ho già inviato la richiesta a Google mesi fa e ho ricevuto un rifiuto senza spiegazioni: posso fare qualcosa adesso?
Sì. L'ordinanza del Tribunale di Milano del 5 ottobre 2026 ha stabilito che Google deve motivare i rifiuti e consentire allegati entro il 15 novembre 2026. Chi ha ricevuto un rifiuto generico può ripresentare l'istanza dopo quella data, questa volta con documentazione completa. In alternativa, può presentare reclamo al Garante Privacy allegando il diniego privo di motivazione come elemento di illegittimità procedurale.
Quanto tempo ci vuole per ottenere la deindicizzazione da Google?
Google ha un mese di tempo per rispondere all'istanza. Nella pratica, le risposte arrivano spesso entro due o tre settimane. Se l'istanza è completa e documentata, la deindicizzazione — quando accordata — diventa effettiva nei giorni successivi alla decisione. Se si procede con reclamo al Garante, per legge la decisione deve arrivare entro nove mesi (dodici in caso di motivate esigenze istruttorie). I procedimenti giudiziari ex art. 700 c.p.c. possono essere più rapidi in fase cautelare, ma richiedono un giudizio di merito successivo.
La deindicizzazione cancella la notizia da internet?
No. La deindicizzazione rimuove il collegamento tra il nome dell'interessato e quella pagina nei risultati del motore di ricerca. La notizia resta sul sito che l'ha pubblicata ed è ancora raggiungibile da chi conosce l'URL diretto o cerca con termini diversi. Per rimuovere il contenuto alla fonte, bisogna agire separatamente nei confronti del sito editore, con diffida e, se necessario, ricorso all'autorità giudiziaria o al Garante. Le due azioni — verso il motore di ricerca e verso il sito sorgente — sono distinte e devono essere gestite in modo coordinato.
Redazione - Staff Studio Legale MP