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Azione collettiva contro Google: aspetti e rischi se non agisci ora - Studio Legale MP - Verona

L'errore che quasi tutti commettono, in questo momento, è fermarsi a guardare. Leggono la notizia, si dicono "finalmente qualcuno ha fatto qualcosa contro Google", e aspettano. Aspettano che la Corte d'Appello si pronunci, che Google adegui i moduli, che l'inibitoria collettiva sistemi tutto. Nel frattempo, il loro nome continua a uscire nelle ricerche. Ogni giorno. Per mesi. Questo ritardo ha un costo reale: reputazione, opportunità professionali, rapporti personali. Il rimedio individuale — ricorso ai sensi dell'art. 17 GDPR più reclamo al Garante — è parallelo e non dipende in alcun modo dall'esito del procedimento collettivo. Chi lo trascura, anche solo per qualche settimana, accumulerà un danno che nessuna inibitoria potrà riparare retroattivamente.

Guida pratica dello Studio
Diritto all'oblio online e deindicizzazione
Come chiedere a Google di togliere notizie superate: istanza, reclamo al Garante e ricorso al giudice.
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Azione collettiva inibitoria deindicizzazione Google: cosa ha deciso il Tribunale di Milano

Il provvedimento è stato pubblicato il 5 ottobre 2026, nel procedimento n. 30867/2025, dalla sezione specializzata in materia di impresa del Tribunale civile di Milano, presieduta da Silvia Giani, con Lorena Casiraghi nel ruolo di giudice estensore, che hanno accolto in parte l'azione inibitoria collettiva promossa da alcuni componenti dell'associazione Algopolio e da altri ricorrenti contro Google LLC e le sue controllate irlandese e italiana.

Il provvedimento impone a Google di modificare entro il 15 novembre 2026 le procedure utilizzate per l'esercizio del diritto all'oblio: gli utenti dovranno poter allegare documentazione a sostegno delle proprie richieste, mentre le risposte della società dovranno rendere immediatamente comprensibili le ragioni di un eventuale diniego. La penale prevista è di 20.000 euro per ogni giorno di ritardo nell'adempimento.

L'azione collettiva era stata promossa alla fine del 2025 da alcuni membri di Algopolio e da altri cittadini, assistiti dagli avvocati Francesco Dagnino e Silvia Cossu dello studio Lexia e Barbara Randazzo e Ruggero Rudoni dello studio Oralex. La decisione riguarda l'applicazione degli articoli 17 e 21 del Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali.

Posso aderire all'azione collettiva contro Google per il diritto all'oblio?

L'azione è già stata promossa e il Tribunale si è pronunciato. Non esiste, quindi, una "adesione" aperta al pubblico come accade per alcune azioni di classe risarcitorie. L'art. 840-sexiesdecies c.p.c. riconosce la legittimazione a chiunque abbia interesse alla pronuncia inibitoria di atti e comportamenti posti in essere in pregiudizio di una pluralità di individui o enti, e consente di agire per ottenere l'ordine di cessazione o il divieto di reiterazione della condotta. Detto in termini pratici: il singolo che avesse un interesse diretto a far valere lo stesso tipo di condotta potrebbe promuovere una propria azione inibitoria distinta, oppure — e questa è la strada più efficiente — avvalersi del percorso individuale già previsto dal GDPR.

Lo strumento usato nel caso Algopolio è l'azione inibitoria collettiva dell'art. 840-sexiesdecies c.p.c., introdotto dalla legge n. 31/2019: chiede la cessazione di condotte che danneggiano più persone. A differenza dell'azione di classe risarcitoria dell'art. 840-bis, corregge una procedura e non liquida danni individuali.

Questo passaggio merita di essere sottolineato perché la quasi totalità dei commenti online lo omette.

La differenza che nessuno spiega: inibitoria collettiva contro risarcimento individuale

Quando il Tribunale di Milano accoglie un'azione inibitoria collettiva, il suo ordine si rivolge al convenuto — Google — e gli impone di cambiare il proprio comportamento. Non assegna un euro a nessuno dei ricorrenti. Non dichiara che il Signor Mario Rossi ha diritto alla deindicizzazione della notizia che lo riguarda. Non quantifica il danno subìto da chi ha ricevuto, per anni, un diniego immotivato.

L'azione inibitoria collettiva, prevista dall'art. 840-sexiesdecies del codice di procedura civile, serve a ottenere l'ordine di cessazione di una condotta pregiudizievole per una pluralità di individui o enti, oppure il divieto di reiterarla. Questa è la sua funzione e anche il suo limite: rimuove l'ostacolo procedurale, ma non ripara il danno già causato.

Chi vuole un risarcimento deve agire separatamente, con un'azione di risarcimento del danno fondata sull'art. 82 GDPR (responsabilità del titolare del trattamento per violazione del regolamento) o sull'art. 2043 c.c. (il principio generale per cui chi causa un danno ingiusto è tenuto a risarcirlo). Il percorso collettivo e quello individuale corrono su binari diversi e nessuno dei due sostituisce l'altro.

Se Google fa appello entro novembre, l'ordine del Tribunale di Milano viene sospeso?

Google ha annunciato che presenterà appello. La società si è detta in disaccordo con la decisione del Tribunale di Milano e ha sostenuto di avere investito in team dedicati all'esame delle singole richieste, ritenendo il proprio processo di revisione rigoroso, conforme alla normativa ed equo.

La questione della sospensiva è il punto più delicato. Un appello, di per sé, non sospende automaticamente un provvedimento di primo grado: occorre un'istanza cautelare di sospensione e un'esplicita pronuncia della Corte d'Appello. Il caso potrebbe quindi proseguire nei successivi gradi di giudizio. Nel frattempo, salvo modifiche o sospensioni del provvedimento, il termine indicato dal Tribunale per l'adeguamento delle procedure resta fissato al 15 novembre 2026.

Se Google ottiene la sospensiva prima del 15 novembre, l'obbligo di modificare i moduli verrà congelato fino alla decisione di secondo grado, che in una Corte d'Appello di Milano, su materia imprenditoriale, può richiedere da uno a tre anni. Per chi aspetta quell'esito prima di muoversi individualmente, sono anni di esposizione ulteriore. Il principio giuridico che qui rileva è antico quanto la sua efficacia è spesso dimenticata: summum ius summa iniuria — il diritto applicato in modo formalmente ineccepibile può produrre l'ingiustizia massima se chi dovrebbe beneficiarne non lo esercita in tempo.

Il percorso individuale: cosa fare adesso, senza aspettare l'appello

Il ricorso individuale ex art. 17 GDPR (il cosiddetto "diritto alla cancellazione", che include la deindicizzazione) non dipende dall'inibitoria collettiva. Può essere presentato a Google in qualsiasi momento, indipendentemente dall'esito del procedimento milanese. Se Google rigetta la richiesta — o non risponde entro un mese, prorogabile di altri due in casi complessi — si apre la via del reclamo al Garante per la protezione dei dati personali oppure del ricorso all'autorità giudiziaria ordinaria.

La sequenza corretta, nella pratica, è questa: prima si costruisce un fascicolo documentale solido (sentenza di assoluzione, decreto di archiviazione, o altra prova dell'interesse prevalente alla cancellazione), poi si presenta la richiesta di deindicizzazione con quella documentazione allegata, poi si attende la risposta — che, dopo il 15 novembre, dovrà essere motivata se Google adempie all'ordine del Tribunale. Se la risposta è un diniego generico o non arriva, il reclamo al Garante è lo strumento più rapido: per legge il Garante decide il reclamo entro nove mesi (dodici in caso di motivate esigenze istruttorie) e il reclamo non richiede il patrocinio legale per la fase iniziale, anche se una difesa tecnica aumenta sensibilmente le probabilità di esito favorevole.

In base a quanto ordinato dal Tribunale, Google dovrà modificare moduli e procedure per consentire agli utenti di allegare documenti a sostegno delle richieste, motivare gli eventuali dinieghi sulla base della documentazione presentata e fornire spiegazioni comprensibili sulle ragioni della decisione. Questo significa che chi presenta oggi una richiesta ben documentata — anche prima che Google adegui i moduli — si troverà in una posizione processuale più forte in caso di contenzioso successivo: la documentazione è già agli atti, il rifiuto (se arriva) dovrà fare i conti con quell'ordine giudiziario.

Una riflessione che gli altri articoli non fanno: l'inibitoria come leva, non come soluzione

C'è un equivoco di fondo nel modo in cui questa vicenda viene raccontata: si parla di "vittoria" contro Google come se il problema fosse già risolto. Non lo è. L'inibitoria collettiva è uno strumento di compliance procedurale: obbliga Google a costruire un sistema che permetta di esercitare il diritto. Non garantisce che il diritto venga poi riconosciuto nel singolo caso.

Il vero valore del provvedimento milanese è un altro: per chi assiste clienti in richieste di deindicizzazione, la pronuncia è un precedente da seguire per due aspetti — il modo in cui si costruisce l'istanza (documentazione e motivazione) e l'uso dell'azione collettiva inibitoria come leva sulle modalità con cui una piattaforma gestisce queste richieste.

Detto altrimenti: chi ha già ricevuto un diniego generico da Google prima del 15 novembre 2026 può ora contestare quel diniego sostenendo che non soddisfa nemmeno gli standard procedurali che il Tribunale di Milano ha imposto. Il diniego precedente diventa, paradossalmente, più attaccabile dopo l'inibitoria che prima. Questa è la finestra di opportunità che si apre, non la chiusura automatica del problema.

Nel diritto all'oblio, l'evento avverso è la notizia ancora online. L'inerzia è credere che l'inibitoria collettiva risolva anche il caso individuale. La combinazione delle due cose è quella che tiene le persone esposte per anni.

Nota dall'esperienza dello studio

Nelle pratiche che seguiamo in materia di deindicizzazione, l'errore più frequente non è la richiesta mal costruita: è la richiesta presentata troppo tardi, quando il danno reputazionale si è già consolidato e quando il cliente arriva da noi avendo già accumulato dinieghi non contestati. Ogni rifiuto non impugnato entro i termini diventa un precedente che il gestore del motore di ricerca oppone alla richiesta successiva. La corretta gestione della sequenza — documentazione, istanza, risposta, contestazione — è quella che fa la differenza, non il singolo passaggio preso isolatamente.

Domande frequenti

Chi ha già ricevuto un rifiuto da Google può riutilizzare quella risposta in un reclamo al Garante?

Sì. Il rifiuto di Google — anche se anteriore al 15 novembre 2026 — costituisce la prova dell'avvenuto esercizio del diritto e del diniego opposto. Va allegato al reclamo insieme alla documentazione che giustifica la richiesta di deindicizzazione. Se il rifiuto era generico o privo di motivazione adeguata, quello stesso vizio diventa un argomento a favore dell'interessato nella fase istruttoria davanti al Garante.

Se Google adempie entro il 15 novembre e cambia i moduli, devo ripresentare da capo la mia richiesta?

Non necessariamente. Le richieste già presentate e già rifiutate restano agli atti. Tuttavia, se il nuovo modulo consente di allegare documentazione che prima non era possibile trasmettere, può valere la pena ripresentare l'istanza con il materiale completo: una nuova risposta di Google — motivata, come impone il Tribunale — sarà più facilmente contestabile se infondata, e rafforza la posizione in un eventuale reclamo o ricorso successivo.

L'azione collettiva di Algopolio può bloccare Google anche in altri Paesi europei?

Il Tribunale di Milano ha affermato la propria giurisdizione anche nei confronti di Google LLC (la capogruppo americana), non solo delle controllate europee. La portata territoriale dell'ordine, invece, non è chiara dalle notizie disponibili: i ricorrenti gli attribuiscono rilievo europeo, ma andrà verificata sul testo del provvedimento e alla luce dei successivi gradi di giudizio.

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Autore: Redazione - Staff Studio Legale MP


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