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Google rifiuto deindicizzazione: cosa cambia dal 15 novembre - Studio Legale MP - Verona

Qualche mese fa ha trovato nella posta elettronica la risposta di Google alla sua richiesta di deindicizzazione, cioè di rimozione del suo nome dai risultati di ricerca collegati a una vecchia vicenda giudiziaria. Quattro righe standard. Nessuna spiegazione su quale articolo, perché quel link restava visibile, quale interesse prevaleva sul suo. Solo un rifiuto, opaco come un muro. E nessuna indicazione su come contestarlo.

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Diritto all’oblio dopo archiviazione o assoluzione
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Questa situazione — vissuta da migliaia di persone in Italia — sta per cambiare. Il Google rifiuto deindicizzazione motivazione è il tema centrale di un provvedimento che il Tribunale di Milano ha emesso il 5 ottobre 2026 e che fissa al 15 novembre 2026 la scadenza entro cui Google deve adeguarsi. Dal quel giorno, chi chiede la deindicizzazione del proprio nome avrà strumenti diversi. Non automaticamente più potere: strumenti diversi. La distinzione non è oziosa.

Cosa cambia dal 15 novembre 2026 per chi chiede la deindicizzazione a Google?

Dal 15 novembre 2026 Google dovrà modificare moduli e procedure per consentire agli utenti di allegare documenti a sostegno delle richieste di deindicizzazione e di ricevere dinieghi motivati, fondati sui documenti presentati. In caso di inadempimento, scatta una penale di 20.000 euro per ogni giorno di ritardo.

Il Tribunale di Milano, sezione specializzata in materia di impresa, con l'ordinanza pubblicata il 5 ottobre 2026 nel procedimento n. 30867/2025 (pres. Silvia Giani, est. Lorena Casiraghi), ha accolto in parte l'azione inibitoria collettiva — cioè l'azione giudiziaria promossa nell'interesse di più soggetti per bloccare un comportamento illecito — proposta da alcuni membri dell'associazione Algopolio contro Google LLC, Google Ireland Limited e Google Italy S.r.l. Il fondamento normativo è l'art. 17 del GDPR, il Regolamento europeo sulla protezione dei dati, che garantisce il diritto alla cancellazione e alla deindicizzazione, e l'art. 21, che impone una valutazione bilanciata tra privacy e libertà di informazione.

Il limite che quasi nessuno segnala: URL per URL, non in blocco

Leggendo i commenti pubblicati in questi giorni su blog e riviste giuridiche, si ha l'impressione che il provvedimento apra le porte a una deindicizzazione quasi automatica. Non è così. Il Tribunale ha respinto la richiesta di estendere automaticamente la deindicizzazione a tutti gli URL che contengono la medesima notizia, una volta che ne sia stata rimossa una. La valutazione resta legata alle singole richieste e ai singoli contenuti.

Significa che se la stessa notizia è ripresa da dieci testate diverse e appare su venti URL distinti, l'interessato deve indicarli uno per uno, allegare la documentazione per ciascuno di essi e ricevere una risposta individualizzata per ogni link. Non c'è deindicizzazione a cascata. Chi dimentica anche un solo URL non ottiene la tutela per quel collegamento, indipendentemente da quanto succede agli altri.

Questo limite è il cuore pratico del provvedimento. Le nuove procedure migliorano l'accesso al diritto: non ne garantiscono l'esito. Chi ripresenta domanda dopo il 15 novembre con la stessa richiesta generica che aveva presentato prima otterrà quasi certamente lo stesso risultato di prima, anche se stavolta Google sarà obbligata a spiegarlo meglio.

Come posso allegare documenti alla richiesta di oblio su Google?

Dal 15 novembre Google dovrà accettare allegati nel modulo di richiesta di deindicizzazione. I documenti rilevanti sono quelli che provano il mutamento della situazione rispetto alla notizia indicizzata: provvedimenti di archiviazione, sentenze di assoluzione, decreti di proscioglimento, sentenze di prescrizione con formula equivalente al non luogo a procedere. Va allegata, per ciascun URL indicato, la prova che quella specifica pagina contiene informazioni non più attuali o pertinenti alla luce dell'esito giudiziario. Non basta la sola sentenza finale: serve il collegamento logico tra quel documento e quella specifica pagina web.

Nelle pratiche che seguiamo, l'errore più frequente è allegare la sentenza di assoluzione senza indicare gli URL precisi delle pagine che si vuole rimuovere, oppure indicare gli URL senza spiegare in cosa consiste il pregiudizio attuale. Google può respingere entrambe le istanze incomplete, e con le nuove regole dovrà anche spiegare perché — il che è utile, ma non elimina il rifiuto.

Cosa fare se Google non motiva il rifiuto alla cancellazione dal motore di ricerca?

Fino al 14 novembre 2026, il diniego di deindicizzazione non richiede motivazione. Dal 15 novembre, se Google continua a rifiutare senza spiegare le ragioni sulla base dei documenti presentati, si apre per la prima volta la possibilità di contestare il rifiuto in modo articolato: si sa quale argomento ha prevalso, si può costruire una risposta, si può eventualmente ricorrere al Garante Privacy o all'autorità giudiziaria con elementi concreti in mano.

La Cassazione civile, Sez. I, con l'ordinanza del 18 marzo 2026 n. 6433 (pres. Giusti, rel. Russo) aveva già tracciato una strada parallela: il giudice chiamato a valutare il danno da ritardata deindicizzazione deve esaminare il pregiudizio anche tramite presunzioni semplici — cioè ragionamenti induttivi fondati su fatti noti, senza bisogno di prove documentali rigide — considerando la diffusione della notizia, il suo contenuto e l'impatto sociale sulla persona. La Corte aveva cassato la sentenza del Tribunale di Roma che aveva riconosciuto la violazione del diritto all'oblio ma negato il risarcimento per mancanza di prove concrete, definendo quella motivazione "apparente" e pertanto giuridicamente nulla.

Il principio non stabilisce un risarcimento automatico, ma afferma che il rifiuto del risarcimento non può essere liquidato con una formula standard quando la parte ha allegato elementi fattuali specifici. È la stessa logica che ora il Tribunale di Milano applica alla fase amministrativa della procedura: Google non può più liquidare la richiesta con quattro righe generiche.

Il nodo della diffida documentata: cosa serve prima di andare in giudizio

Prima di rivolgersi al giudice o al Garante, conviene costruire una traccia documentale solida. La Cassazione civile, Sez. I, con l'ordinanza del 28 maggio 2026 n. 3546 ha chiarito che la diffida documentata e specifica — cioè un atto scritto, inviato in modo tracciabile, con indicazione precisa degli URL e delle ragioni del diritto all'oblio — è presupposto necessario per configurare l'illecito risarcitorio dell'editore o del gestore del motore di ricerca. Senza quella diffida, il risarcimento rischia di essere negato in giudizio anche quando la violazione è palese.

Iura novit curia — il giudice conosce il diritto — è il principio che ogni avvocato impara al primo anno. Ma il diritto all'oblio è uno dei rari campi in cui questo principio da solo non basta: i fatti devono essere allegati dall'interessato con precisione millimetrica, perché senza la loro prova il giudice non può applicare la norma. La diffida non è una formalità burocratica: è la prova che l'interessato ha fatto tutto il possibile prima di ricorrere alla tutela giurisdizionale.

Come scriveva Luigi Einaudi — economista e giurista di rara lucidità — la libertà effettiva si misura dalla possibilità di far valere i propri diritti, non dalla loro enunciazione formale. La riforma delle procedure di Google imposta dal Tribunale di Milano va esattamente in questa direzione: non crea nuovi diritti, rende praticabile uno già esistente.

Nota dello studio

Nelle pratiche che seguiamo in materia di diritto all'oblio e deindicizzazione, il momento più critico non è il rigetto di Google, ma quello immediatamente precedente: la domanda viene presentata senza indicare tutti gli URL, senza allegare la documentazione giudiziaria corrispondente a ciascuno di essi, a volte anche usando il modulo sbagliato. Google ha più moduli distinti — per contenuti personali, per dati sensibili, per vicende penali — e una richiesta presentata sul canale errato viene respinta per ragioni procedurali prima ancora di essere esaminata nel merito. Dal 15 novembre, il rifiuto sarà motivato: questo significa che chi sbaglia canale lo saprà ufficialmente, ma dovrà ricominciare da capo. Prima è meglio.

Domande frequenti

Posso ripresentare una richiesta di deindicizzazione già rifiutata da Google?
Sì. Il rifiuto precedente non preclude una nuova domanda, specialmente se nel frattempo sono intervenuti elementi nuovi (sentenza definitiva, archiviazione) o se la prima richiesta era incompleta. Dal 15 novembre 2026, la nuova richiesta andrà presentata con documenti allegati e permetterà di ricevere un rifiuto motivato, contestabile in modo più mirato.

Google è obbligata a rimuovere tutti i link che parlano di me se ne rimuove uno?
No. Il Tribunale di Milano ha espressamente escluso questa estensione automatica. La deindicizzazione opera URL per URL: ogni singolo link deve essere indicato nella richiesta e valutato separatamente. Se la stessa notizia appare su più pagine, tutte le pagine devono essere incluse nella domanda.

Cosa rischio se presento la richiesta dopo il 15 novembre senza documentazione?
Il rifiuto è quasi certo, anche con le nuove regole. Google sarà obbligata a motivarlo, il che può essere utile per capire come integrare la domanda, ma non cambia l'esito. La documentazione — URL precisi, prove dell'esito giudiziario, spiegazione del pregiudizio attuale — deve accompagnare la richiesta fin dal primo invio. Un secondo tentativo ben documentato vale più di dieci tentativi approssimativi.

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Autore: Redazione - Staff Studio Legale MP


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