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Un professionista presenta istanza di deindicizzazione, cioè la richiesta formale di cancellazione dagli elenchi di ricerca di Google, per alcune notizie risalenti a un procedimento conclusosi anni prima. Google rigetta la richiesta. Il professionista si rivolge al Tribunale. La causa si chiude con un rigetto perché, nel frattempo, il suo sito web promuoveva ancora l'attività cui quella vicenda era collegata. Il giudice ha concluso che l'interesse pubblico era, di fatto, ancora vivo.
Questo è il fatto da cui parte la sentenza del Tribunale di Padova n. 264 del 9 aprile 2026. È un caso che fotografa con precisione il punto in cui il diritto all'oblio per professionisti con ruolo pubblico e la deindicizzazione da Google si incrociano — e spesso si scontrano.
Diritto all'oblio professionisti: cosa dicevano le regole prima
Fino a pochi anni fa, il ragionamento dominante era relativamente lineare: se una notizia è vecchia, se il procedimento si è chiuso, se il soggetto è "tornato privato", il diritto all'oblio prevale. Il fattore centrale era il tempo trascorso. Più anni erano passati dal fatto, più la bilancia si spostava verso la cancellazione.
Questa impostazione derivava in buona parte dall'elaborazione europea avviata con la sentenza Google Spain della Corte di Giustizia UE (causa C-131/12 del 2014), che aveva introdotto il concetto di deindicizzazione come strumento autonomo rispetto alla cancellazione della fonte originale. Il GDPR, l'art. 17 del Regolamento UE 2016/679 (il Regolamento generale sulla protezione dei dati), aveva poi codificato il "diritto alla cancellazione" con alcune eccezioni, tra cui quella relativa all'interesse pubblico all'informazione.
In Italia, la giurisprudenza applicava questi principi in modo abbastanza generoso verso il richiedente: se era trascorso un numero significativo di anni, se non c'era condanna definitiva o se questa era stata scontata, i giudici tendevano ad accordare la deindicizzazione, lasciando alla controparte — Google o il gestore del sito — l'onere di dimostrare l'interesse pubblico attuale. Il profilo del richiedente rilevava, ma in modo meno strutturato.
Il bilanciamento strutturato: la svolta della Cassazione
Con la sentenza n. 14488 del 30 maggio 2025, la Prima Sezione civile della Corte di Cassazione ha cambiato metodo. La Corte supera l'idea di un oblio "assoluto" e impone un bilanciamento strutturato: non conta solo il tempo, ma l'interesse pubblico attuale, la verità complessiva del dato e il rischio di stigmatizzazione.
Il caso riguardava un imprenditore assolto definitivamente. Il diritto all'oblio impone un effettivo bilanciamento tra l'interesse pubblico all'informazione e il diritto alla tutela della reputazione e della riservatezza: quando l'informazione reperibile in rete risulta obsoleta e incide negativamente sull'immagine del soggetto, l'interessato può legittimamente chiedere la deindicizzazione degli URL, anche se questi riguardano notizie originariamente lecite.
La Cassazione ha affermato che il bilanciamento tra il diritto all'oblio e il diritto di cronaca deve avvenire applicando i criteri di proporzionalità, attualità, pertinenza e verità. Non si tratta di una lista di controllo formale: ogni criterio deve essere verificato nel concreto, con riferimento alla situazione attuale del richiedente, non a quella del momento in cui la notizia fu pubblicata.
A questa sentenza ha fatto seguito, pochi mesi dopo, l'ordinanza n. 34217 del 26 dicembre 2025 della stessa Prima Sezione, che ha ribadito lo stesso schema. La decisione approfondisce il ruolo del fattore temporale, l'attualità dell'interesse collettivo e la rilevanza della posizione pubblica del soggetto coinvolto, chiarendo i confini del concetto di oblio digitale.
Il risultato pratico è che il test non è più "quanto tempo è passato" ma "cosa fa oggi questo soggetto e quanto l'attività attuale è collegata alla notizia che vuole rimuovere."
Posso chiedere a Google di rimuovere notizie su di me se sono ancora un professionista attivo?
Sì, puoi presentare l'istanza, ma le possibilità di ottenerla sono significativamente ridotte se stai ancora esercitando l'attività cui la notizia si riferisce. Il Tribunale di Padova, con la sentenza n. 264 del 9 aprile 2026, ha rigettato la richiesta di deindicizzazione proprio perché il professionista pubblicizzava ancora la propria attività: chi continua a svolgere pubblicamente la propria attività professionale incontra limiti molto più stringenti, poiché l'interesse pubblico della collettività alla conoscenza delle informazioni prevale sulla richiesta di oblio — orientamento confermato dal Tribunale di Padova con la sentenza n. 264 del 9 aprile 2026. Quando le notizie presenti online riguardano l'attività professionale che il soggetto continua ad esercitare e pubblicizzare nel presente, i cittadini e i potenziali clienti conservano un legittimo interesse a disporre di un quadro informativo completo.
Ciò non significa che il diritto all'oblio non esiste per i professionisti. Significa che la valutazione parte da un punto di resistenza più alto, e che l'istanza deve essere costruita in modo da dimostrare che la notizia non ha più alcuna connessione con l'attività attuale.
Il test concreto che i giudici applicano (e che gli altri blog non spiegano)
Qui sta il punto che viene quasi sempre omesso nella letteratura giuridica di consultazione. La maggior parte dei testi si limita a dire che "i personaggi pubblici hanno meno diritto all'oblio." È una semplificazione che può indurre in errore.
Il vero test applicato dai tribunali dopo Cass. n. 14488/2025 e Trib. Padova n. 264/2026 non si chiede: sei un personaggio pubblico? Si chiede: la notizia che vuoi rimuovere riguarda un'attività che stai ancora esercitando e promuovendo?
La distinzione è sottile ma decisiva. Un avvocato che ha avuto una disputa disciplinare dieci anni fa e ha smesso di esercitare è in una posizione molto diversa da un avvocato che ha avuto la stessa disputa, ha continuato ad esercitare e ha un sito web aggiornato con il suo studio. Nel primo caso, l'interesse pubblico alla notizia si è probabilmente esaurito. Nel secondo, quel sito web è, di fatto, la prova che il contesto della notizia è ancora attivo.
I motori di ricerca sono autonomi titolari del trattamento dei dati personali: ciò comporta che Google ha l'obbligo di valutare le richieste di deindicizzazione secondo i criteri stabiliti dalla normativa e dalla giurisprudenza, tenendo conto non solo della veridicità della notizia, ma anche della sua pertinenza, proporzionalità e attualità. Questo significa che Google non sbaglia, tecnicamente, quando rigetta l'istanza di un professionista ancora attivo: sta applicando lo stesso schema che i tribunali poi confermano.
La giurisprudenza ha progressivamente chiarito che il diritto all'oblio non implica la cancellazione indiscriminata delle notizie, ma impone un'analisi puntuale dei presupposti specifici di ogni singolo caso; in tale contesto si innesta il concetto di "identità dinamica della persona", secondo cui il trascorrere del tempo, il mutamento dei fatti e la perdita di attualità dell'interesse pubblico costituiscono elementi centrali per il riconoscimento del diritto alla deindicizzazione.
Il punto critico, dunque, è l'"identità dinamica": non chi eri quando la notizia è stata pubblicata, ma chi sei oggi e cosa fai oggi. Se oggi pubblicizzi la stessa attività, stai tú stesso confermando che quella storia ha ancora un contesto attivo.
Il diritto all'oblio vale anche per avvocati, medici o politici?
Sì, vale, ma con una calibrazione diversa rispetto ai privati cittadini senza ruolo pubblico. In assenza di un interesse pubblico concreto e attuale, il soggetto ha diritto almeno alla deindicizzazione degli articoli che lo collegano a fatti non più attuali. La chiave è proprio l'aggettivo "attuale": se l'interesse è venuto meno, anche il professionista ha diritto alla rimozione.
Per un avvocato, un medico, un commercialista o un politico la domanda da porre non è "sono passati abbastanza anni?" ma "esiste ancora un motivo concreto per cui un cittadino o un paziente o un cliente ha interesse a trovare quella notizia cercando il mio nome?" Se la risposta è sì — perché eserciti ancora, perché hai ancora clienti, perché ti presenti ancora come professionista di quel settore — la deindicizzazione ha scarse possibilità di essere accordata.
Il principio latino summum ius summa iniuria — la rigida applicazione della norma può produrre la massima ingiustizia — trova qui una declinazione pratica: pretendere la cancellazione di una notizia pertinente mentre si pubblicizza attivamente l'attività cui quella notizia si riferisce non è esercizio del diritto all'oblio, ma richiesta di opacità selettiva. I tribunali lo vedono, e lo dicono.
Come scriveva Luigi Pirandello, ciascuno porta con sé la propria maschera: quando quella maschera è la propria insegna professionale, non si può chiedere di rimuovere ciò che la illumina.
Quanti anni devono passare perché una notizia possa essere deindicizzata?
Non esiste una soglia temporale fissa stabilita dalla legge. La Cassazione ha chiarito che il tempo è solo uno dei fattori del bilanciamento strutturato, non il fattore decisivo. In via orientativa, la giurisprudenza ha considerato periodi superiori ai sette-dieci anni come tendenzialmente rilevanti per valutare il decadimento dell'interesse pubblico, ma sempre in combinazione con gli altri elementi: ruolo attuale del soggetto, gravità originaria del fatto, esistenza o meno di una sentenza definitiva, e — per i professionisti — continuità dell'esercizio dell'attività.
Detto in modo diretto: se sono passati quindici anni ma eserciti ancora e il tuo sito è aggiornato al mese scorso, il tempo non ti aiuta. Se sono passati sette anni, hai smesso di esercitare e non hai più visibilità pubblica legata a quella vicenda, il bilanciamento può spostarsi in tuo favore.
Nota di pratica
Nelle pratiche di deindicizzazione che seguiamo, l'errore più frequente è presentare l'istanza a Google — e poi il ricorso al giudice — senza aver prima verificato la propria presenza digitale attiva. Capita che il cliente abbia un sito professionale aggiornato, profili su portali di settore, e magari un'intervista recente che cita la stessa attività oggetto della notizia da rimuovere. Tutto questo materiale viene esaminato dal giudice e da Google prima ancora che venga esaminata la notizia contestata. Chi si presenta con questa esposizione attiva parte già in salita, e la diffida preventiva — se non accompagnata da una mappatura della propria visibilità digitale — rischia di essere controproducente.
Domande frequenti
Ho avuto una condanna penale, poi scontata, e ho ripreso a lavorare come commercialista: posso chiedere la deindicizzazione?
Dipende dal tipo di attività che stai svolgendo e dal collegamento tra quella attività e i fatti oggetto della condanna. Se la condanna riguardava reati economici e lavori ancora come professionista in ambito finanziario, il bilanciamento tende a sfavorire la deindicizzazione perché i tuoi potenziali clienti hanno un interesse attuale a conoscere quella storia. Se invece la condanna riguardava fatti del tutto estranei alla tua attività professionale attuale, e sono trascorsi anni significativi, il diritto all'oblio può prevalere. Ogni caso richiede una valutazione specifica degli URL da rimuovere e del contesto attuale.
Se Google rigetta la mia richiesta di deindicizzazione, posso fare ricorso al Garante della Privacy?
Sì. Il Garante per la protezione dei dati personali è competente a ricevere reclami contro i responsabili del trattamento, inclusi i motori di ricerca. Il reclamo al Garante è una via alternativa — o parallela — rispetto al ricorso giudiziario. Il Garante valuta se il rigetto di Google sia conforme al GDPR, applicando gli stessi criteri di bilanciamento che usa il giudice civile. Non garantisce tempi brevi: i procedimenti dinanzi al Garante possono richiedere diversi mesi. Il ricorso giudiziario, dove si può ottenere anche il risarcimento del danno in caso di rigetto illegittimo, rimane la via più efficace quando il pregiudizio è già quantificabile.
Posso chiedere la deindicizzazione anche se la notizia su di me è tecnicamente vera?
Sì. La veridicità della notizia non impedisce la deindicizzazione. Il diritto all'oblio opera proprio su notizie che erano vere al momento della pubblicazione ma che, col tempo, hanno perso attualità e pertinenza. La Cassazione con la sentenza n. 14488 del 30 maggio 2025 ha confermato che anche notizie originariamente lecite possono essere deindicizzate quando il trattamento — cioè la loro facile reperibilità tramite ricerca nominativa — non è più proporzionato rispetto all'interesse pubblico residuo. Il problema, per i professionisti ancora attivi, è dimostrare che quell'interesse residuo è davvero venuto meno: e se la tua attività è ancora in corso, quella dimostrazione diventa molto difficile.
Redazione - Staff Studio Legale MP