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Una badante convivente assiste un anziano da quasi due anni. Niente contratto, niente contributi, niente permesso di soggiorno valido per lavoro. La famiglia si decide finalmente a regolarizzare: presenta la domanda di emersione, versa il contributo forfettario di 500 euro, aspetta la convocazione allo Sportello Unico per l'Immigrazione. Due mesi dopo, l'anziano muore. Lo Sportello Unico convoca le parti per la settimana successiva.
Questo è uno dei casi che arrivano più spesso in studio, e quasi sempre arriva quando la situazione è già compromessa. La domanda è sempre la stessa: la procedura si blocca? La badante deve lasciare l'Italia?
Sanatoria colf badanti: cosa si regolarizza e cosa no
La procedura di emersione del lavoro irregolare, quella che il pubblico chiama comunemente "sanatoria colf badanti", ha come base normativa l'articolo 103 del decreto-legge n. 34 del 2020, convertito con modificazioni dalla Legge n. 77 del 2020 — il cosiddetto Decreto Rilancio. Consente al datore di lavoro italiano, comunitario o straniero titolare di permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo di dichiarare un rapporto di lavoro domestico o di assistenza alla persona già in corso in modo irregolare, regolarizzandolo attraverso la presentazione di un'istanza allo Sportello Unico per l'Immigrazione (SUI).
Il meccanismo, in sintesi, è questo. Il datore presenta domanda in via telematica. Lo Sportello Unico la esamina, acquisisce il parere della Questura sull'assenza di cause ostative, e convoca le parti. In quella sede si stipula il contratto di lavoro, e il lavoratore ottiene un permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato. Tutto questo richiede normalmente tra sei mesi e un anno, a volte di più.
Il nodo è quello che accade in quell'intervallo di tempo.
Cosa succede se il rapporto si interrompe prima della convocazione
Se il datore di lavoro muore, trasferisce la persona assistita in una RSA, oppure semplicemente revoca la domanda, prima che le parti siano convocate allo Sportello Unico, la procedura in corso si blocca. La domanda non viene perfezionata, il permesso di soggiorno non viene rilasciato.
In questa fase, tuttavia, la lavoratrice non è priva di tutela. La presentazione della domanda di emersione attribuisce alla lavoratrice straniera una posizione giuridicamente rilevante: durante la pendenza della procedura, il provvedimento di espulsione eventualmente notificato in precedenza rimane sospeso, e la presenza sul territorio è tollerata proprio in funzione della procedura in corso. Se la procedura cade, questa copertura viene meno.
Il margine di manovra esiste, ma è stretto. La circolare del Ministero dell'Interno del 24 luglio 2020 ha chiarito che, nei casi in cui il rapporto di lavoro si interrompa per forza maggiore — morte del datore, ricovero definitivo dell'assistito, sopravvenuta incapacità del datore — è possibile il subentro di un nuovo datore di lavoro nella procedura già avviata, senza necessità di presentare una nuova istanza. Il subentro va gestito tempestivamente e documentato con precisione. Se invece l'interruzione non è dovuta a forza maggiore ma a una scelta del datore, il nuovo datore deve ripartire dall'inizio, con una nuova domanda di emersione — ammesso che ne ricorra ancora il presupposto.
Il permesso di soggiorno in corso di emersione: cosa tutela davvero
C'è un aspetto che spesso passa inosservato. La convocazione allo Sportello Unico non produce automaticamente il permesso di soggiorno definitivo: produce un contratto di lavoro e la possibilità di richiedere il permesso in Questura. Il permesso ha durata di un anno, rinnovabile. Nel periodo tra la domanda di emersione e il perfezionamento della procedura, la lavoratrice è titolare di un permesso di soggiorno temporaneo — che consente la presenza in Italia ma non sempre l'accesso a tutti i servizi — o, in molti casi, di nessun titolo formale, ed è semplicemente «coperta» dalla pendenza della procedura.
La continuità del rapporto di lavoro è un requisito sostanziale: il rapporto irregolare deve essere in essere al momento della presentazione della domanda, non solo storicamente esistito. Questo significa che la sanatoria non sana rapporti già conclusi al momento della domanda: fotografa la situazione esistente in quel momento. Se la badante ha già lasciato quella famiglia da tre mesi e poi il datore presenta la domanda, la procedura nasce viziata alla radice.
La segnalazione SIS non è più causa ostativa automatica: la sentenza di gennaio
Uno degli scogli più frequenti nelle procedure di emersione riguarda i lavoratori che risultano segnalati nel Sistema d'informazione Schengen (SIS) — la banca dati europea che registra, tra l'altro, i soggetti destinatari di decisioni di allontanamento emesse da altri Paesi dell'area Schengen. Fino a pochi mesi fa, la Questura rigettava automaticamente le domande di chi risultava in quel sistema, ritenendo la segnalazione SIS un ostacolo insuperabile.
Di grande impatto sulle procedure di emersione del lavoro irregolare è la sentenza della Corte Costituzionale 22 gennaio 2026 n. 6, che dichiara illegittima l'esclusione automatica dei cittadini stranieri segnalati nel SIS per il solo ingresso o soggiorno irregolare. Con la sentenza n. 6 depositata il 22 gennaio 2026, la Corte costituzionale è intervenuta sulla disciplina delle procedure di emersione, dichiarando l'illegittimità costituzionale dell'articolo 103, comma 10, lettera b), del decreto-legge n. 34 del 2020, nella parte in cui preclude automaticamente l'accesso all'emersione ai cittadini stranieri segnalati nel SIS per il solo ingresso o soggiorno irregolare. La questione è nata nell'ambito di un giudizio amministrativo nel quale un cittadino straniero aveva impugnato il diniego della Questura al rilascio del permesso di soggiorno richiesto nell'ambito della procedura di emersione. Il diniego era stato fondato esclusivamente sulla presenza di una segnalazione SIS, ritenuta automaticamente ostativa.
Questa pronuncia ha effetti diretti su molte pratiche in corso. Chi ha ricevuto un diniego fondato unicamente sulla segnalazione SIS, senza che la Questura abbia effettuato una valutazione individuale del caso, dispone ora di un argomento giuridicamente solido per impugnare quel diniego. Il principio è quello espresso dal brocardo lex specialis derogat generali: la norma che prevedeva l'esclusione automatica è stata espunta dall'ordinamento in quella parte, e non può più essere applicata.
Il datore di lavoro che non si presenta alla convocazione: un rischio sottovalutato
C'è un profilo che quasi nessuno segnala: cosa succede se è il datore di lavoro, non la lavoratrice, a non presentarsi alla convocazione dello Sportello Unico. Accade più spesso di quanto si pensi: la famiglia si è nel frattempo organizzata diversamente, l'anziano è entrato in struttura, oppure semplicemente il datore è stanco di aspettare e ha assunto qualcun altro regolarmente.
L'assenza ingiustificata del datore determina l'archiviazione della pratica. La lavoratrice straniera, che ha magari atteso anni quella convocazione in una condizione di irregolarità tollerata, si ritrova senza procedura in corso e senza permesso. E a quel punto, se è trascorso molto tempo dalla domanda, potrebbe non avere più il requisito della continuità del rapporto per una nuova istanza.
Una recente pronuncia in materia di lavoro domestico ha segnato un punto di svolta: il Tribunale di Pavia con la sentenza 89/2026 ha indicato un orientamento più favorevole per le lavoratrici domestiche. Il giudice ha riconosciuto il diritto di una collaboratrice domestica a percepire l'indennità di disoccupazione anche dopo aver presentato dimissioni volontarie nel primo anno di vita della figlia. La decisione è rilevante anche sul piano dell'emersione: conferma che le lavoratrici domestiche straniere godono, una volta regolarizzate, delle stesse tutele delle altre lavoratrici dipendenti — e che queste tutele devono essere effettive, non solo formali.
Il nuovo CCNL e l'impatto sulle pratiche di emersione aperte
Il rinnovo del contratto collettivo nazionale dei lavoratori domestici, in vigore dal gennaio 2026, segna una trasformazione nel settore domestico italiano, coinvolgendo colf, badanti e baby sitter. Il primo capitolo del rinnovo riguarda gli aumenti salariali, con incrementi medi superiori a 230 euro mensili.
Questo dato ha un effetto diretto sulle pratiche di emersione ancora aperte. Il contratto di lavoro che si stipula in sede di convocazione allo Sportello Unico deve rispettare i minimi del CCNL vigente al momento della stipula, non quelli in vigore al momento della domanda. Chi ha presentato la domanda di emersione nel 2023 o 2024 indicando una retribuzione pattuita in linea con i vecchi minimi dovrà adeguarla. Il lavoro domestico in Italia sta attraversando una fase di profonda trasformazione, e il quadro normativo presenta criticità strutturali che rendono indispensabili interventi legislativi organici. Un contratto stipulato sotto soglia viene segnalato e può compromettere la procedura.
Nota di pratica
Nelle pratiche che seguiamo, l'errore più frequente è questo: la famiglia pensa che la presentazione della domanda di emersione sia la fine del percorso, mentre è solo l'inizio. Tra la domanda e il rilascio effettivo del permesso passano mesi, a volte anni. In quel lasso di tempo cambiano le condizioni di salute dell'assistito, cambiano le esigenze familiari, cambia il contratto collettivo. Vediamo spesso famiglie che hanno smesso di monitorare la pratica, e che si ritrovano con una convocazione dello Sportello Unico quando il rapporto di lavoro è già finito da tempo. A quel punto le opzioni si restringono drasticamente.
Come scriveva Norberto Bobbio, il diritto non tutela chi dorme: qui, «dormire» equivale a non gestire attivamente la procedura tra la domanda e la convocazione.
Vigilantibus iura subveniunt: il diritto assiste chi vigila. Nel contesto della sanatoria colf badanti, questo significa tenere costantemente aggiornata la propria posizione, documentare ogni variazione del rapporto, comunicarla allo Sportello Unico in tempo reale.
Redazione - Staff Studio Legale MP