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L'errore quasi universale, in questi casi, è questo: la coppia compra o già possiede due unità abitative vicine — a volte nello stesso palazzo, a volte nella stessa scala — ciascuno trasferisce la propria residenza anagrafica nel proprio appartamento, e poi si ritiene al sicuro. Il Comune invia l'avviso di accertamento, e il contribuente scopre che l'iscrizione all'anagrafe non era sufficiente. L'IMU non pagata, le sanzioni del 30% e gli interessi legali possono trasformarsi facilmente in una somma superiore a 3.000-5.000 euro per ciascuna annualità contestata.
Esenzione IMU coniugi residenze diverse: cosa dice la norma
La norma di riferimento è l'art. 1, comma 741, della L. 27 dicembre 2019 n. 160. Definisce l'abitazione principale come l'immobile nel quale il possessore e il suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente. Per anni quella locuzione "nucleo familiare" ha fatto sì che i Comuni negassero l'esenzione quando marito e moglie abitavano in due case separate: se il nucleo familiare non era tutto sotto lo stesso tetto, l'esenzione veniva concessa per una sola unità, mentre l'altra veniva tassata come seconda casa.
Con la sentenza n. 209 depositata il 13 ottobre 2022, la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la norma che limitava l'esenzione IMU ai coniugi con residenza condivisa. Si è così affermata la doppia esenzione per i coniugi con residenze in abitazioni differenti, sia se situate nello stesso comune che in comuni diversi; spetta ai singoli enti locali accertare che siano rispettate le condizioni per beneficiare dell'esenzione.
Il principio è chiaro, ma la sua applicazione pratica ha continuato a creare contenziosi. La ragione è semplice: i Comuni non hanno smesso di accertare; hanno solo cambiato il bersaglio. Prima contestavano il diritto in linea di principio; oggi contestano i fatti: la dimora abituale, la realtà vissuta dietro l'iscrizione anagrafica.
Se mio marito abita in un altro appartamento pago l'IMU?
No, non la paghi — a condizione che tu risieda anagraficamente e dimori abitualmente nel tuo immobile, e che lo stesso valga per il tuo coniuge nel suo. Il contribuente che possiede un immobile e nel medesimo immobile ha la residenza anagrafica e la dimora abituale può beneficiare dell'esenzione IMU relativa alla propria abitazione principale, anche se il coniuge risiede e dimora abitualmente in un altro immobile. La circostanza che l'altra abitazione si trovi nello stesso Comune, oppure addirittura nello stesso edificio, non è di per sé sufficiente a negare il beneficio.
Questo è esattamente quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, Sez. V, con l'ordinanza n. 25004 del 4 settembre 2026: il contribuente che dimori abitualmente e risieda anagraficamente nel proprio immobile ha diritto all'esenzione IMU per tale abitazione principale anche se il coniuge risiede e dimora in un diverso immobile, indipendentemente dal fatto che questo sia ubicato nello stesso o in diverso comune, non potendo la condizione abitativa del coniuge precludere il beneficio fiscale spettante al possessore che soddisfi i requisiti.
Il punto fermo è questo: l'esenzione si misura sul singolo possessore, non sul nucleo familiare come entità collettiva.
I coniugi separati di fatto hanno entrambi l'esenzione IMU?
La separazione di fatto — cioè il vivere separati senza una pronuncia del giudice — non è una condizione richiesta dalla norma. L'esenzione spetta a ciascun coniuge che soddisfi i requisiti di residenza anagrafica e dimora abituale nel proprio immobile, indipendentemente dalla causa per cui le due abitazioni sono distinte: lavoro, scelta personale, separazione consensuale o giudiziale. In seguito alla sentenza 209/2022, è stato riconosciuto il diritto alla doppia esenzione per ciascuna abitazione principale dei coniugi sposati o uniti civilmente, a condizione che siano soddisfatti i requisiti di dimora abituale e residenza anagrafica.
I coniugi e gli uniti civilmente che possiedono due diverse abitazioni principali, sia nello stesso Comune che in Comuni differenti, possono beneficiare della doppia esenzione IMU, a patto che la casa risulti la sede della propria residenza anagrafica e dimora abituale. Va aggiunto che l'esenzione è limitata a una singola unità catastale per ciascun coniuge: non si estende automaticamente a pertinenze dislocate in unità catastali contigue e autonomamente accatastate.
Cosa devo dimostrare per non pagare l'IMU se il coniuge abita altrove?
Qui si gioca la vera partita. Il Comune aveva contestato il diritto all'esenzione sostenendo che la situazione non consentisse di riconoscere il beneficio in relazione all'immobile del marito, anche considerando che i coniugi risultavano residenti in immobili diversi dello stesso edificio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente, richiamando espressamente i principi stabiliti dalla Corte Costituzionale, che ha eliminato il riferimento al nucleo familiare dalla definizione di abitazione principale, stabilendo che deve essere considerato il rapporto tra il possessore e l'immobile nel quale egli risiede anagraficamente e dimora abitualmente.
Ma attenzione: la Cassazione ha vinto quel ricorso perché il contribuente aveva dimostrato la dimora effettiva. I Comuni dispongono di strumenti di verifica precisi. I Comuni dispongono di efficaci strumenti per controllare la veridicità delle dichiarazioni, tra cui anche l'accesso ai dati relativi alla somministrazione di energia elettrica, di servizi idrici e del gas relativi agli immobili ubicati nel proprio territorio.
Tradotto in pratica, il Comune può chiedere — e ottiene — i consumi delle utenze di entrambi gli appartamenti. Se uno dei due mostra consumi trascurabili, l'esenzione viene contestata. Possono essere acquisiti anche verbali di sopralluogo della polizia municipale, estratti conto bancari con bonifici o prelievi georeferenziati, abbonamenti al trasporto locale, certificazioni scolastiche dei figli, attestati del medico di base.
Il nodo che nessun blog affronta: la prova, non il principio
La stragrande maggioranza degli articoli sul tema si ferma al principio astratto: "da Corte Cost. 209/2022 i coniugi possono avere entrambi l'esenzione". È vero, ma incompleto. Chi gestisce ricorsi tributari sa che il Comune non contesta più il diritto in astratto: eccepisce sistematicamente la mancata coincidenza tra residenza anagrafica e dimora abituale. E ha buone chances di vincere in prima istanza davanti alla Corte di Giustizia Tributaria di primo grado, se il contribuente non ha costruito un archivio di prove concrete prima di ricevere l'accertamento.
Il brocardo latino vigilantibus iura succurrunt — il diritto soccorre chi veglia sui propri interessi — esprime esattamente questa logica: il diritto all'esenzione esiste, ma non si auto-dimostra. Deve essere coltivato con documenti che preesistono all'accertamento, non raccolti in fretta dopo aver ricevuto l'avviso.
Le prove più solide, in ordine di efficacia, sono: utenze intestate a ciascun coniuge nella rispettiva abitazione con consumi regolari e coerenti con un'effettiva permanenza; estratti conto bancari che mostrano pagamenti abituali (spesa alimentare, farmacia, benzina nelle vicinanze dell'immobile) riconducibili all'indirizzo dichiarato; corrispondenza ordinaria, abbonamenti a servizi e iscrizioni a palestre o medici di medicina generale che confermano l'indirizzo. Un elemento spesso trascurato: l'intestazione del contratto di assicurazione dell'immobile come abitazione principale, che crea un dato documentale coerente con la destinazione d'uso.
Il principio tempus regit actum vale anche qui in senso inverso: la prova deve essere contemporanea al periodo d'imposta contestato, non costruita a posteriori. Un accertamento riguarda tipicamente l'anno 2022 o 2023, e le utenze di quell'anno devono essere conservate.
Rimborso IMU già pagata e termini per il ricorso
Chi ha pagato l'IMU negli anni passati ritenendosi obbligato — perché il Comune la richiedeva o perché si temeva di sbagliare — può valutare la strada del rimborso. La sentenza 209/2022 ha dichiarato l'illegittimità costituzionale del presupposto impositivo che discrimina tra coppie sposate o non sposate, che conseguentemente non solo decade ma va anche sanato nei casi in cui l'imposta è già stata pagata.
La via ordinaria per chiedere il rimborso IMU è di norma la presentazione della domanda al Comune nel quale si trova l'immobile, e al quale di conseguenza è stata pagata l'imposta. Il termine per il rimborso è di cinque anni dalla data del pagamento indebito, ai sensi dell'art. 1, comma 164, L. 296/2006. Chi ha pagato l'IMU per gli anni dal 2020 in poi deve verificare rapidamente la situazione: le annualità più remote stanno per prescriversi. Se il Comune ha già notificato un avviso di accertamento, i termini per il ricorso alla Corte di Giustizia Tributaria sono di 60 giorni dalla notifica: un termine perentorio che non tollera ritardi.
Come osservava Gustavo Zagrebelsky, il diritto non è mai solo nella norma scritta, ma nel modo in cui essa viene applicata caso per caso. L'esenzione IMU per i coniugi con abitazioni separate dimostra che lo stesso principio — scritto chiaramente dalla Consulta — può produrre esiti opposti a seconda di chi riesce a documentare la propria realtà quotidiana.
Nota di pratica
Nelle pratiche di contenzioso tributario che seguiamo, l'errore più frequente è ricevere l'accertamento IMU e cercare di raccogliere le prove solo a quel punto. Le utenze dell'anno contestato non si recuperano facilmente, i consumi storici restano in archivio solo per un certo periodo, e i sopralluoghi comunali — che a volte avvengono anni prima dell'accertamento formale — non sono stati contrastati con alcuna documentazione. Chi abita davvero nel proprio appartamento non ha nulla da temere: ma deve poterlo dimostrare con documenti che raccontino la vita di tutti i giorni, non solo con un timbro anagrafico.
Redazione - Staff Studio Legale MP