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Il deepfake non è più una minaccia astratta: con strumenti di intelligenza artificiale accessibili a chiunque, il volto e la voce di una persona possono essere inseriti in video mai girati, discorsi mai pronunciati, contesti sessuali mai vissuti. L'ordinamento italiano ha risposto con la legge n. 132 del 23 settembre 2025, che introduce il nuovo reato di cui all'art. 612-quater c.p. Ma la tutela penale non è l'unico — né spesso il più rapido — strumento a disposizione della vittima. Questo articolo analizza il sistema integrato di rimedi civili, penali e privacy che la persona colpita può attivare, con attenzione alla prova, alle tempistiche e ai provvedimenti d'urgenza.
Immaginate di scoprire, attraverso un messaggio di un amico allarmato, che sul web circola un video che vi ritrae in un contesto sessuale che non avete mai vissuto, oppure che pronunciate frasi offensive mai dette, con voce e movenze indistinguibili dalle vostre. Non è fantascienza: è il deepfake, e le vittime sono sempre più spesso persone comuni, non solo personaggi pubblici.
Il fenomeno ha smesso di essere una curiosità tecnologica per diventare uno strumento di violenza digitale sistematica. La tutela dell'immagine contro il deepfake è oggi uno dei fronti più vivi del diritto digitale italiano, con un quadro normativo finalmente più definito ma ancora in fase di prima applicazione giurisprudenziale. Comprendere i rimedi disponibili — e soprattutto la loro sequenza pratica — è il vero valore aggiunto per chi si trova a fronteggiare questa emergenza.
Il nuovo art. 612-quater c.p. e il sistema penale
Il punto di partenza è normativo. La legge 23 settembre 2025, n. 132 — pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 223 del 25 settembre 2025 ed entrata in vigore il 10 ottobre 2025 — ha introdotto nell'ordinamento italiano il primo intervento organico in materia di intelligenza artificiale, in coordinamento con il Regolamento UE 2024/1689 (AI Act) e introducendo, tra l'altro, il nuovo art. 612-quater c.p., rubricato Illecita diffusione di contenuti generati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale.
La fattispecie punisce con la reclusione da uno a cinque anni chiunque diffonda, senza consenso della persona interessata, immagini, video o voci falsificati o alterati mediante sistemi di intelligenza artificiale, a condizione che siano idonei a indurre in inganno sulla loro genuinità e che dalla diffusione derivi un danno ingiusto. La collocazione tra i delitti contro la persona, e non tra quelli contro l'ordine pubblico, non è casuale: il legislatore ha inteso porre al centro la dignità e l'identità individuale nella loro dimensione digitale.
Due elementi della fattispecie meritano attenzione pratica. Il primo è il danno ingiusto: requisito che va interpretato in senso ampio, includendo pregiudizi reputazionali, psicologici, finanziari o anche politici, ma che deve essersi già concretizzato — non essendo sufficiente il mero pericolo di danno. Il secondo è l'idoneità a trarre in inganno: questo giudizio oggettivo sulla qualità della falsificazione esclude dall'ambito di applicazione i contenuti palesemente satirici o grotteschi, ma pone una questione tecnica delicata: chi deve provarlo, e come?
Sul piano della prova, nel processo penale l'onere di dimostrare gli elementi del reato grava sull'accusa; ma la vittima ha tutto l'interesse a conservare e documentare il contenuto, perché la dimostrazione della falsificazione mediante IA richiede spesso perizie di informatica forense ed è uno dei nodi applicativi più seri della nuova norma. La Cassazione penale (Sez. V, 17 gennaio 2025, n. 2112), in materia di diffusione di riprese fraudolente, ha ricordato che il bene protetto comprende "il diritto a non vedere carpite con l'inganno parole o esternazioni di qualsivoglia genere e nel non vederle diffuse senza consenso": un'esigenza di tutela che si pone, a maggior ragione, per i contenuti generati artificialmente. In quest'ottica, la prova forense digitale non è un adempimento burocratico: è la spina dorsale dell'intera strategia difensiva.
Va poi ricordato che la legge 132/2025 ha contestualmente introdotto una nuova aggravante comune, il n. 11-undecies dell'art. 61 c.p., per il reato commesso mediante sistemi di intelligenza artificiale quando questi abbiano costituito mezzo insidioso, abbiano ostacolato la difesa pubblica o privata o abbiano aggravato le conseguenze del reato. In caso di deepfake a sfondo sessuale, l'art. 612-quater può inoltre concorrere con l'art. 612-ter c.p. (pornografia non consensuale, il cosiddetto revenge porn), generando un'ipotesi di concorso formale di reati con conseguente inasprimento del quadro sanzionatorio.
I rimedi civili: l'inibitoria d'urgenza come primo presidio
La tutela penale, per quanto importante, presenta un limite strutturale: i tempi del processo. Per chi vede il proprio volto in un video falso che circola in rete, ogni ora di esposizione aggrava il danno. È qui che il diritto civile offre lo strumento più immediato e spesso più efficace: il ricorso d'urgenza ex art. 700 c.p.c., con richiesta di provvedimento inibitorio cautelare.
La giurisprudenza di merito ha già offerto esempi significativi: davanti alla diffusione online di contenuti lesivi della reputazione, dell'immagine e della riservatezza, i tribunali hanno accolto ricorsi d'urgenza ordinando la rimozione dei contenuti, vietandone l'ulteriore diffusione e fissando una somma per ogni violazione dell'ordine.
Questi casi, pur non riguardando deepfake in senso tecnico, cristallizzano i princìpi applicabili: il diritto all'immagine e alla reputazione è tutelabile in via cautelare urgente, con effetti immediati di rimozione e inibizione, e la responsabilità può estendersi alle piattaforme digitali che ospitano e diffondono i contenuti.
Sul piano civilistico, il fondamento normativo della tutela dell'immagine poggia su un impianto pluristrato. L'art. 10 cod. civ. garantisce protezione in via inibitoria e risarcitoria contro la pubblicazione o esposizione non autorizzata dell'immagine altrui; gli artt. 2043 e 2059 cod. civ. aprono la strada al risarcimento del danno non patrimoniale, comprensivo del danno alla dignità personale; la legge sul diritto d'autore (art. 96 e ss. l. 633/1941) tutela il ritratto della persona fisica contro qualsiasi riproduzione non consensuale; infine, il GDPR — Regolamento UE 2016/679 — qualifica l'immagine come dato personale, aprendo il parallelo binario del reclamo al Garante per la protezione dei dati personali e dell'eventuale risarcimento del danno da trattamento illecito.
Norberto Bobbio scriveva che «il problema di fondo dei diritti dell'uomo è oggi non tanto quello di giustificarli, quanto quello di proteggerli» (L'età dei diritti). Il deepfake lo conferma: una nuova forma di potere — tecnologico e asimmetrico — consente a chiunque di distruggere in pochi minuti ciò che una persona ha costruito in anni. Il diritto, se vuole essere all'altezza di questa sfida, non può limitarsi a punire dopo: deve saper proteggere prima.
La strategia pratica: cosa fare nelle prime ore
Chi si trova vittima di un deepfake deve agire su più piani in parallelo, senza perdere tempo prezioso. Sul fronte della prova, la prima urgenza è la conservazione del contenuto: una perizia informatica o anche un verbale di constatazione notarile della pagina web costituisce una prova difficilmente contestabile. Sul fronte cautelare civile, il ricorso ex art. 700 c.p.c. può essere depositato in poche ore e consente di ottenere un'inibitoria urgente che ordina la rimozione del contenuto e ne vieta la ripubblicazione. Sul fronte penale, la querela per violazione dell'art. 612-quater c.p. avvia le indagini e può attivare le misure coercitive a carico dell'autore. Sul fronte privacy, il reclamo al Garante attiva i poteri dell'Autorità verso chi tratta illecitamente l'immagine; a questo si aggiungono le segnalazioni alle piattaforme previste dal Digital Services Act, la cui vigilanza in Italia è coordinata dall'AGCOM.
Tre errori frequenti compromettono la tutela della vittima. Il primo è l'attesa: ogni giorno di diffusione aggrava il danno e indebolisce l'urgenza cautelare. Il secondo è la gestione autonoma della rimozione, contattando direttamente la piattaforma senza conservare prima prove adeguate: la rimozione spontanea non equivale a una inibitoria e può essere facilmente aggirata. Il terzo è la sottovalutazione della prova tecnica: senza una perizia forense che attesti l'uso dell'intelligenza artificiale, il requisito tipico dell'art. 612-quater resta non dimostrato, e la fattispecie penale specifica non può essere contestata.
Il quadro normativo italiano — con la legge 132/2025 che ha colmato il vuoto più evidente, affiancata dall'AI Act europeo che impone obblighi di trasparenza e di etichettatura dei contenuti generati artificialmente — rappresenta un sistema integrato che offre alla vittima di deepfake strumenti davvero plurimi. La sfida reale è ora applicativa: costruire prassi giurisprudenziali coerenti, sviluppare protocolli di prova digitale condivisi, e garantire che le piattaforme adempiano tempestivamente agli obblighi di rimozione imposti dai giudici e dal diritto europeo. Il diritto ha compiuto il passo. Spetta ora all'interprete farlo vivere.
Redazione - Staff Studio Legale MP