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Influencer e diffamazione online: come difendersi - Studio Legale MP - Verona

Strumenti legali contro commenti offensivi e attacchi alla reputazione sui social network

Il danno reputazionale nel mondo digitale: una questione di patrimonio

Shakespeare, nella traduzione italiana di Othello, pone in bocca a Iago una delle massime più lucide sulla reputazione: "Chi mi ruba la borsa mi ruba nulla... ma chi mi deruba del mio buon nome mi ruba di ciò che non lo arricchisce e mi fa davvero povero." Queste parole, scritte secoli prima dell'avvento di TikTok e Instagram, descrivono con esattezza la condizione di chi subisce oggi un attacco diffamatorio online: la perdita non è solo emotiva, ma concretamente patrimoniale, e per un influencer o un creator può tradursi in contratti persi, sponsorizzazioni revocate, crollo dell'engagement e, in ultima analisi, distruzione di un'attività economica costruita nel tempo.

Il diritto italiano ha preso atto di questa realtà. L'art. 595 del codice penale punisce la diffamazione — ossia l'offesa alla reputazione altrui comunicata in assenza dell'offeso a più persone — e al comma 3 prevede un'ipotesi aggravata quando il fatto è commesso "col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità". La giurisprudenza ha stabilito con assoluta costanza che i social network rientrano a pieno titolo in questa categoria di mezzi pubblicitari, in ragione della loro capacità di diffusione potenzialmente illimitata. Questa aggravante è cruciale per il creator, perché eleva la pena edittale fino alla reclusione da sei mesi a tre anni o alla multa non inferiore a 516 euro, e soprattutto amplia in modo significativo le prospettive risarcitorie in sede civile.

La natura professionale dell'attività dell'influencer rende la lesione ancora più grave rispetto a quanto accade per un soggetto privato. Chi costruisce sul web la propria immagine commerciale — guadagnando attraverso sponsorizzazioni, collaborazioni di brand, affiliazioni e contenuti a pagamento — subisce dalla diffamazione un danno patrimoniale direttamente misurabile, che si sovrappone al danno non patrimoniale alla reputazione e alla dignità personale. La duplicità del danno, patrimoniale e non patrimoniale, apre pertanto un doppio canale di tutela che il professionista del web ha tutto l'interesse ad attivare con la massima tempestività.

Come recita il brocardo latino semel emissum volat irrevocabile verbum — una volta pronunciata, la parola vola e non si può più richiamare — così il contenuto diffamatorio pubblicato online si propaga con una velocità e una persistenza che il solo risarcimento monetario non riesce ad azzerare. Proprio per questo la strategia legale deve muoversi su più fronti: rimozione del contenuto, querela penale, azione civile risarcitoria, e — se necessario — diffida stragiudiziale come fase preliminare.

La giurisprudenza recente: orientamenti chiave per i creator

Il panorama giurisprudenziale degli ultimi mesi offre indicazioni precise e direttamente applicabili alla condizione dell'influencer.

Un primo punto fermo riguarda la configurazione del reato nelle piattaforme di streaming e nei contenuti preregistrati. La Corte di Cassazione, Quinta Sezione Penale, con la sentenza n. 29458 del 5 giugno 2025, ha affrontato un caso emblematico che coinvolgeva video offensivi pubblicati su TikTok. Gli Ermellini hanno stabilito che, quando un contenuto aggressivo nei confronti di una persona è pubblicato su una piattaforma social — sia esso un video preregistrato, un Reel, uno Short o un contenuto in diretta rilanciato su archivio — si integra sempre il reato di diffamazione aggravata, indipendentemente dalla possibilità teorica della vittima di commentare in tempo reale. La Corte ha sottolineato che la mera possibilità di inserire un commento non garantisce alcun effettivo contraddittorio, né una comunicazione paritaria tra autore dell'offesa e persona offesa: la diffusione del contenuto a un pubblico potenzialmente illimitato, senza che la vittima possa replicare in modo adeguato e contestuale, configura in modo pieno la fattispecie diffamatoria aggravata. Per il creator che subisce attacchi durante live o vede video denigratori pubblicati da haters, questa sentenza è di fondamentale importanza pratica.

Un secondo orientamento di grande rilievo operativo attiene alla prova del reato in sede processuale. Fino a qualche anno fa, vi era incertezza sulla sufficienza degli screenshot come elemento probatorio. La Cassazione, con la sentenza n. 39792 del 4 dicembre 2025, ha confermato definitivamente che la diffamazione realizzata tramite social network o pubblicazione online può essere provata mediante fotografia istantanea dello schermo del dispositivo su cui il contenuto offensivo è visibile. Non è dunque necessaria una perizia informatica complessa per ottenere una condanna: lo screenshot, purché correttamente conservato e prodotto in giudizio, è sufficiente. Questo principio, applicato al mondo dei creator, significa che ogni commento offensivo, ogni storia Instagram, ogni post su X che contenga espressioni lesive della reputazione può diventare prova diretta in un procedimento penale. L'importante è documentare immediatamente e con metodo, prima che il contenuto venga cancellato dall'autore.

Sul versante del diritto di critica — che spesso viene impropriamente invocato da chi attacca un influencer sostenendo di esprimere un'opinione legittima — la Cassazione, Quinta Sezione Penale, con la sentenza n. 28261 del 13 giugno 2025, ha ribadito un principio essenziale: la scriminante del diritto di critica, pur esercitabile da chiunque e non solo da giornalisti professionisti, richiede il rigoroso rispetto dei limiti della veridicità, pertinenza e continenza. In particolare, la Corte ha chiarito che il reato di diffamazione è configurabile ogni volta che non sia assolto l'onere di verifica delle fonti da cui sono tratte le affermazioni lesive. In termini pratici: chi accusa un influencer di comportamenti scorretti o fraudolenti sui social non può invocare il diritto di critica se non ha verificato la veridicità di quanto afferma. Le accuse false o infondate, le illazioni malevole, i tentativi di screditare la carriera di un creator attraverso notizie non verificate integrano pienamente il reato, senza possibilità di scudo.

Sul tema della quantificazione del danno non patrimoniale in sede civile, il Tribunale di Bolzano, con la sentenza n. 378/2025, ha riconosciuto il risarcimento in un caso di diffamazione via social network, confermando che quando il quadro probatorio è costruito correttamente il ristoro economico viene accordato dai giudici di merito. La Cassazione civile, con le pronunce n. 6125/2025 e n. 11072/2025, ha tuttavia precisato che il danno alla reputazione è un danno-conseguenza e non un danno-evento: il fatto illecito (il commento offensivo, il post calunnioso, la recensione falsa) è il presupposto, ma il risarcimento copre le ricadute concrete dimostrate o allegabili in modo specifico. La diffusività del web costituisce un indice presuntivo rilevante nella catena logica del danno — e per un influencer con decine di migliaia di follower questa diffusività è intrinsecamente documentabile attraverso statistiche, screenshot di interazioni e dati di engagement — ma deve essere sorretta da elementi concreti e non lasciata a mere affermazioni generiche.

La Cassazione penale, Quinta Sezione, con la sentenza n. 9179 del 2026, ha infine chiarito un profilo spesso dibattuto: la pubblicazione di più post offensivi contro la stessa persona non integra automaticamente un comportamento abituale ostativo al beneficio della particolare tenuità del fatto ex art. 131-bis c.p., ma richiede una motivazione specifica da parte del giudice. Per l'influencer vittima di una campagna diffamatoria organizzata — fenomeno sempre più frequente, spesso denominato "shitstorm" o "hate review bombing" — questa precisazione è rilevante: la serialità degli attacchi, se ben documentata, nega all'aggressore la via d'uscita della tenuità del fatto e rafforza la posizione processuale della parte offesa.

Strategia operativa: come agire concretamente

Sul piano pratico, il percorso di tutela dell'influencer si articola in fasi distinte ma complementari. La prima e più urgente è la conservazione delle prove: ogni contenuto offensivo deve essere documentato immediatamente con screenshot datati, idealmente corredati da acquisizioni tramite piattaforme di web forensics o atto notarile che attribuisca data certa alla documentazione, così da renderla inattaccabile in sede processuale. Il semplice screenshot da smartphone, pur ammesso dalla Cassazione, è più vulnerabile a contestazioni sulla sua integrità rispetto a una copia informatica certificata.

La seconda fase è la querela penale, che deve essere presentata entro tre mesi dalla scoperta del contenuto offensivo. Il dies a quo decorre dalla data in cui la parte lesa ha avuto effettiva conoscenza del contenuto, non necessariamente dalla data della sua pubblicazione online — principio confermato dalla Cassazione con orientamenti consolidati. Nella querela vanno descritti con precisione il contenuto offensivo, la piattaforma, l'account autore dell'illecito e gli elementi che consentono di ritenere soddisfatti i requisiti del reato: pluralità di destinatari, assenza dell'offeso al momento della comunicazione, lesione della reputazione. La costituzione di parte civile nel processo penale consente poi di cumulare tutela penale e risarcitoria in un unico procedimento.

In parallelo alla via penale, è sempre possibile instaurare un giudizio civile ai sensi degli artt. 2043 e 2059 del codice civile per il risarcimento del danno non patrimoniale — che comprende il danno alla reputazione, il danno morale e il danno biologico — e del danno patrimoniale, dimostrabile attraverso documentazione contrattuale (contratti di collaborazione non rinnovati, sponsorizzazioni revocate, perdita di fatturato verificabile). Per questa azione civile, il codice di procedura civile prevede in molti casi il tentativo di mediazione obbligatoria, passaggio che può tuttavia rivelarsi utile come via di soluzione stragiudiziale rapida, specie quando l'autore degli attacchi sia identificabile e disposto a riconoscere il proprio comportamento illecito.

Il problema dell'anonimato è certamente uno degli ostacoli operativi più frequenti: gli account fake, i profili creati ad hoc per denigrare, le identità celate dietro pseudonimi. In questo caso la via penale è indispensabile, perché solo la Procura della Repubblica ha il potere di richiedere ai provider e alle piattaforme l'identificazione degli utenti tramite indirizzo IP e dati di registrazione. La recente evoluzione del quadro normativo europeo, con il Digital Services Act (Regolamento UE 2022/2065, applicabile dal febbraio 2024), ha introdotto per le piattaforme di grandi dimensioni obblighi rafforzati di trasparenza e cooperazione con le autorità nazionali, aprendo nuove strade per l'identificazione degli autori di contenuti illeciti. Le istanze di rimozione del contenuto, da indirizzare direttamente alla piattaforma, vanno presentate contestualmente alla querela, senza attendere la conclusione del procedimento penale.

Per l'influencer che opera in forma di impresa individuale o attraverso una società, è opportuno considerare anche l'estensione della tutela alle persone giuridiche: la Cassazione ha da tempo chiarito che il danno alla reputazione può essere riconosciuto anche a favore di enti e società, trovando fondamento nell'art. 2 della Costituzione. Quando gli attacchi denigrano non solo la persona dell'influencer ma anche il suo brand, i prodotti che promuove o le sue collaborazioni commerciali, la tutela si estende all'intera dimensione imprenditoriale.

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  • 11 aprile 2026
  • Redazione

Autore: Redazione - Staff Studio Legale MP


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