La popolazione anziana è spesso esposta al rischio di abusi patrimoniali. Persone senza scrupoli possono approfittare della fragilità fisica o cognitiva di un senior inducendolo, con l’inganno o pressioni psicologiche, a compiere atti che compromettono il suo patrimonio (come donazioni di beni, deleghe bancarie o testamenti favorevoli ai manipolatori). L’ordinamento giuridico, fortunatamente, offre una doppia protezione: da un lato prevede strumenti per dichiarare nulli o annullare gli atti compiuti da una persona incapace di intendere e di volere; dall’altro punisce penalmente chi ha approfittato di quella condizione di debolezza. In questo articolo analizziamo le tutele disponibili – civili e penali – per difendere gli anziani fragili da raggiri e abusi, alla luce delle più recenti pronunce dei tribunali italiani e della Corte di Cassazione.
“Uno può sorridere, e sorridere, ed essere un furfante.” Questa frase di Shakespeare descrive bene la situazione dell’anziano raggirato da chi, dietro modi apparentemente gentili, nasconde intenzioni malvagie. Purtroppo è uno scenario ricorrente: familiari acquisiti, badanti, vicini di casa o falsi amici si mostrano premurosi verso una persona anziana sola o in difficoltà, conquistandone la fiducia per poi convincerla a compiere scelte gravemente lesive dei suoi interessi – ad esempio firmare una donazione di denaro o immobili, cambiare il testamento a loro favore, sottoscrivere deleghe o procure. L’anziano fragile spesso non si rende pienamente conto delle conseguenze, vuoi per un deficit cognitivo (demenza senile, Alzheimer incipiente, disturbi della memoria) vuoi per una dipendenza affettiva o psicologica verso chi lo accudisce. La nostra legge, consapevole di questi rischi, mette a disposizione rimedi sia prima sia dopo che simili fatti accadano. Fraus omnia corrumpit: l’inganno corrompe e invalida ogni cosa, e il diritto interviene per cancellare gli effetti degli atti viziati e sanzionare chi ha approfittato della fiducia tradita.
Annullamento di donazioni e testamenti per incapacità – In ambito civilistico, un atto compiuto da una persona in stato di incapacità di intendere e di volere può essere annullato su domanda dell’incapace stesso (o dei suoi eredi). Non serve che vi sia un’interdizione giudiziale: conta la cosiddetta incapacità naturale, anche temporanea, al momento dell’atto. Ad esempio, l’art. 591 c.c. prevede l’annullabilità del testamento se si prova che il testatore, pur non interdetto, non era lucido quando lo ha scritto. Analogamente l’art. 775 c.c. consente di impugnare una donazione fatta da chi era incapace di intendere o volere. In questi giudizi è però fondamentale la prova: la legge richiede che l’incapacità fosse grave al punto da impedire del tutto di comprendere il significato dell’atto. Non basta dimostrare una semplice fragilità o un lieve decadimento mentale; occorre provare che, a causa di un’infermità (transitoria o permanente), la persona era del tutto priva della coscienza dei propri atti al momento della sottoscrizione. La Cassazione ha di recente ribadito questo principio, sottolineando che l’alterazione delle facoltà mentali dev’essere assoluta: solo chi era “come se non sapesse quello che faceva” può ottenere l’annullamento dell’atto. In una vicenda del 2025, ad esempio, due figli hanno chiesto di annullare il testamento del padre ultraottantenne, sostenendo che fosse stato redatto in una fase avanzata della sua malattia degenerativa. La Corte di Cassazione ha però respinto la domanda, confermando la validità del testamento: sebbene il signore avesse gravi difficoltà motorie e comunicative, dalla perizia medica è emerso che conservava ancora la capacità di intendere e volere al momento delle ultime volontà. Di conseguenza – hanno spiegato i giudici – il suo testamento restava valido, non essendo provata un’incapacità totale durante la sottoscrizione (Cass. civ., Sez. II, sent. 25 marzo 2025, n. 9534). Questo caso mostra quanto sia impegnativo l’onere della prova: chi sostiene l’incapacità di un anziano deve spesso produrre documentazione medica dettagliata, testimonianze e consulenze tecniche d’ufficio (CTU neurologiche o psichiatriche) per convincere il giudice che l’atto fu compiuto in stato di totale lucida inconsapevolezza. In mancanza di tale prova rigorosa, l’atto – per quanto discutibile o “sospetto” – rimane valido ed efficace.
Il reato di circonvenzione di persone incapaci – Accanto alla tutela civile (che mira a proteggere il patrimonio dell’anziano annullando gli atti dannosi), vi è la tutela penale, che punta a punire i responsabili dell’abuso. L’art. 643 del Codice Penale incrimina la circonvenzione di persone incapaci, un delitto contro il patrimonio che si configura quando qualcuno, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, abusa dello stato di bisogno, dell’inesperienza o della vulnerabilità (infermità o deficienza psichica) di una persona – ancorché non interdetta – inducendola a compiere un atto per lei pregiudizievole. In parole semplici, convincere con l’inganno o la manipolazione una persona fragile a fare qualcosa che la danneggia (e avvantaggia l’autore) è un reato. Le pene previste sono significative: reclusione da due a sei anni, oltre a una multa. Lo scopo è sanzionare chi approfitta cinicamente dei soggetti deboli. Questo reato ha alcune somiglianze con la truffa, ma se ne distingue perché qui il punto centrale non è un artificio o raggiro qualsiasi, bensì lo sfruttamento mirato di una condizione di minorata capacità della vittima. La giurisprudenza ha individuato vari tipi di situazioni che integrano lo stato di deficienza psichica: non solo patologie mentali conclamate, ma anche condizioni più sottili come la sudditanza psicologica, l’isolamento sociale, la forte soggezione affettiva. Ad esempio, la Cassazione ha confermato la condanna per circonvenzione nei confronti di due uomini che avevano circuito una donna approfittando della sua grave dipendenza affettiva: la vittima era talmente succube emotivamente da obbedire a qualunque richiesta, e gli imputati l’avevano spinta a erogare loro ingenti somme di denaro; i giudici hanno ritenuto tale love addiction una forma di deficienza psichica rilevante ai fini del reato (Cass. pen., Sez. II, sent. 9 febbraio 2022, n. 4592). Più in generale, la Cassazione penale sottolinea che per configurare il delitto occorre: (1) un rapporto squilibrato tra agente e vittima, in cui il primo può manipolare la volontà della seconda; (2) l’induzione della vittima a compiere un atto che comporta effetti giuridici dannosi per lei; (3) l’abuso dello stato di vulnerabilità (il colpevole, consapevole della debolezza altrui, la sfrutta per il proprio tornaconto); (4) la riconoscibilità oggettiva di quello stato di minorata capacità, cioè la condizione della vittima dev’essere tale che chiunque, dall’esterno, possa rendersi conto della sua fragilità. Questo quarto requisito serve a evitare che si puniscano situazioni in cui la persona appare sana e pienamente capace all’esterno: la fragilità non dev’essere un fatto interiore noto solo all’agente, ma una condizione percepibile. In sostanza, la circonvenzione di incapace colpisce quei casi in cui l’autore sfrutta scientemente la debolezza manifesta della vittima per derubarla legalmente, facendosi dare beni o vantaggi con il suo consenso solo apparente.
Esempi concreti di circonvenzione – I tribunali italiani, negli ultimi anni, hanno riconosciuto il reato di circonvenzione in svariate vicende, spesso legate al mondo degli anziani. Un caso tipico è quello della badante (o di un sedicente nuovo amico) che negli ultimi tempi di vita di una persona sola riesce a farsi nominare erede universale. Se emerge che l’anziano al momento del testamento non era in grado di intendere e volere ed è stato influenzato dal caregiver, ci si può trovare di fronte a un reato oltre che a un testamento impugnabile: emblematico è il caso di una badante che convinse un’anziana malata e non lucida a lasciare tutto a lei; la Corte di Cassazione penale ha ravvisato in ciò una circonvenzione, sottolineando come l’imputata avesse approfittato delle condizioni di incapacità dell’anziana per ottenere un vantaggio economico indebito. Un’altra vicenda significativa, confermata in sede di legittimità, è quella di un professionista infedele: un avvocato aveva fatto firmare al proprio cliente – vittima di un grave incidente e con capacità di discernimento ridotte – un patto di quota lite estremamente oneroso, per assicurarsi una percentuale abnorme sull’indennizzo dovuto al cliente stesso. La Cassazione ha ritenuto configurato il reato di circonvenzione di incapace: ha evidenziato che l’avvocato conosceva lo stato di minorata capacità del cliente (un soggetto con evidenti problemi cognitivi e di gestione, dipendente dall’aiuto altrui) e ne aveva abusato per fargli sottoscrivere un accordo sproporzionato e vietato, perseguendo il proprio profitto professionale in danno dell’assistito vulnerabile. In tale pronuncia la Suprema Corte ha anche richiamato la peculiarità del rapporto di fiducia professionale, aggravante del reato: quando il manipolatore riveste un ruolo qualificato (medico, avvocato, tutore, religioso, ecc.), la sua posizione di fiducia e autorità rende ancora più odiosa l’offesa e giustifica un aumento di pena. Il messaggio che proviene dalla giurisprudenza è chiaro: nessuno è al di sopra della legge e chi, a qualunque titolo, approfitta di un anziano o di una persona con disabilità psichica per arricchirsi illecitamente verrà chiamato a rispondere penalmente delle proprie azioni (si veda ad es. Cass. pen., Sez. II, 27 febbraio 2025, n. 8022).
Prevenire è meglio: strumenti di protezione – Data la difficoltà di provare a posteriori l’incapacità e la complessità dei processi, è fondamentale agire in via preventiva quando possibile. Se un familiare si accorge che un proprio caro anziano sta diventando confuso, o che qualcuno gli ronza intorno con intenti poco chiari, può valutare alcune contromisure legali. Uno strumento spesso utilizzato è l’amministrazione di sostegno: si tratta di una misura di protezione prevista dal codice civile (L. 6/2004) che consente al giudice tutelare di nominare un amministratore (spesso un parente) per assistere la persona parzialmente inferma nelle decisioni di ogni giorno, limitando la sua capacità di compiere atti che potrebbero danneggiarla. Ad esempio, con un decreto di amministrazione di sostegno il giudice può stabilire che l’anziano non possa validamente fare donazioni, vendere immobili o prelevare importi elevati se non con l’assenso dell’amministratore di sostegno. Ciò crea una barriera contro possibili raggiri, perché i terzi malintenzionati non potranno più indurlo a firmare atti da solo. Tuttavia, l’amministrazione di sostegno va usata con cautela e solo se davvero necessaria: la Cassazione ha chiarito che essa non può essere attivata al solo scopo di “mettere sotto tutela” un anziano ricco per evitare litigi tra eredi, né per gestire il patrimonio in assenza di una reale incapacità. In una recente ordinanza, la Suprema Corte ha annullato la nomina di un amministratore di sostegno che era stata disposta in un contesto di meri contrasti familiari, senza una situazione di effettiva infermità mentale della persona beneficiaria (Cass. civ., Sez. I, ord. 22 settembre 2025, n. 25890). I giudici hanno ribadito che l’AdS serve a proteggere chi, a causa di un’infermità o menomazione, non può provvedere ai propri interessi, e non può mai diventare uno strumento per escludere l’autodeterminazione di chi è ancora capace né un mezzo surrettizio per risolvere dispute tra parenti. Dunque, in medio stat virtus: bisogna trovare un equilibrio tra due esigenze, evitare sia l’abuso di strumenti limitativi dell’autonomia sia l’eccesso opposto di lasciare soli anziani chiaramente incapaci in balia di malintenzionati. In situazioni serie – ad esempio un genitore anziano con Alzheimer avanzato avvicinato da sconosciuti interessati ai suoi beni – è doveroso attivarsi subito, magari interpellando il giudice tutelare per avviare un’amministrazione di sostegno o una tutela legale, così da mettere la persona al riparo da decisioni avventate. Contestualmente, si potrà intervenire per bloccare operazioni sospette (come bonifici anomali o procure non autorizzate) e informare le autorità di quanto accade.
Come reagire in caso di sospetti – Se temete che un vostro familiare anziano abbia subito dei raggiri o stia per cadere vittima di un abuso, è importante agire tempestivamente. Dal lato civile, è possibile impugnare l’atto sospetto: ad esempio, iniziare un’azione giudiziaria per far dichiarare nullo o annullare un testamento, un contratto o una donazione viziati da incapacità o da dolo. Attenzione ai termini: l’azione di annullamento per incapacità naturale va proposta entro 5 anni dal giorno in cui l’atto ha avuto esecuzione (art. 591 ult. co. c.c. per i testamenti, art. 775 c.c. per le donazioni). Dal lato penale, occorre presentare immediatamente una denuncia-querela all’Autorità Giudiziaria (Polizia o Carabinieri, oppure direttamente alla Procura della Repubblica) descrivendo i fatti e indicando tutte le prove disponibili. Il reato di circonvenzione di incapaci è procedibile d’ufficio, il che significa che – data la sua gravità – la legge non richiede una querela della persona offesa per avviare l’azione penale: tuttavia, nella pratica, spesso sono i familiari a segnalare la situazione alle autorità, poiché la vittima raramente realizza di essere stata ingannata. È utile allegare alla denuncia ogni documentazione utile: referti medici attestanti le condizioni cognitive dell’anziano, copie di atti (es. disposizioni bancarie, testamenti, procure, ecc.), nonché eventuali testimoni che abbiano osservato il rapporto tra l’anziano e gli imputati. La Procura potrà aprire un’indagine e, se emergono sufficienti indizi, procedere penalmente contro i presunti responsabili. In caso di rinvio a giudizio e condanna, oltre alla pena detentiva può essere ordinato il risarcimento dei danni a favore della vittima o dei suoi eredi. Ricordiamo che chi subisce la circonvenzione di solito patisce un doppio danno: patrimoniale (perdita di beni o denaro) e morale, legato al tradimento della fiducia e all’indebolimento ulteriore della propria dignità. I giudici, riconoscendo la particolare spregevolezza di questo reato, tendono a liquidare danni non patrimoniali significativi nei confronti degli autori, in aggiunta alla restituzione di quanto sottratto.
Conclusioni – La tutela degli anziani e in generale delle persone fragili rappresenta oggi una sfida cruciale in una società che vede l’età media sempre più elevata. La risposta dell’ordinamento italiano è un mix di prevenzione e repressione: da un lato misure di protezione personalizzate come l’amministrazione di sostegno, dall’altro pene severe per chi si approfitta dei deboli. Ciascuno di noi può fare la sua parte vigilando sui propri cari in là con gli anni – notando segnali come regali improvvisi a sconosciuti, isolamenti dalle normali relazioni, confusione nella gestione dei soldi – e attivandosi prontamente. Come scriveva Italo Svevo, «la vecchiaia è l’unica malattia di cui non ci si riprende», ma questo non significa che debba essere un’età di abbandono o sopruso: anzi, l’anziano ha diritto a rimanere protagonista delle proprie scelte fino a che è in grado e a essere protetto quando la sua lucidità vacilla. Il nostro ordinamento giuridico – attraverso giudici attenti e leggi aggiornate – sta cercando di bilanciare autonomia e tutela, affinché nessuno resti indifeso. In definitiva, il messaggio è tolleranza zero verso i raggiri ai danni dei nonnini: con il concorso di familiari, istituzioni e avvocati, si può spezzare il sorriso falso del malintenzionato e ripristinare il rispetto e la legalità.
Redazione - Staff Studio Legale MP