“Il gioco d’azzardo è un corpo a corpo con il destino”, scriveva Anatole France. Per molti, purtroppo, questo duello lascia ferite profonde nei bilanci familiari. Chi soffre di ludopatia (dipendenza dal gioco d’azzardo) può ritrovarsi con prestiti, carte di credito esaurite, ipoteche e stipendi pignorati. In passato, un tale sovraindebitamento appariva senza soluzione: i debiti di gioco venivano considerati alla stregua di una colpa imperdonabile, e il debitore rischiava di restare inseguito a vita dai creditori. Oggi lo scenario è cambiato. Grazie al Codice della crisi e dell’insolvenza (CCII) e alle nuove tutele per il debitore onesto, anche chi è sommerso dai debiti per aver inseguito la fortuna può sperare in un “colpo di spugna” sulle proprie passività. Le procedure di sovraindebitamento – in particolare il Piano di ristrutturazione dei debiti del consumatore – mirano proprio a questo: offrire una via d’uscita ai debitori meritevoli, consentendo di bloccare interessi e pignoramenti, rinegoziare gli importi dovuti e ottenere l’esdebitazione, cioè la cancellazione dei debiti residui al termine del percorso. Tuttavia, questa seconda opportunità non è automatica né incondizionata, specie quando i debiti derivano da comportamenti potenzialmente imprudenti. La legge richiede un esame attento della meritevolezza del richiedente: se i debiti sono frutto esclusivo di azioni gravemente irresponsabili, la protezione può essere negata. Vediamo dunque quali condizioni deve rispettare il debitore giocatore per accedere al beneficio e quali insegnamenti possiamo trarre dalle sentenze più recenti.
Nel sovraindebitamento del consumatore il tribunale verifica che il debitore non abbia causato la propria insolvenza con dolo o colpa grave. Questo principio – oggi codificato dall’art. 69 CCII – è il filtro d’accesso al piano del consumatore: tutela i creditori dall’uso “disinvolto” della procedura, riservandone i vantaggi a chi si trova in crisi per ragioni sfortunate o comunque scusabili. Ma come si applica tale criterio al caso dei debiti da gioco d’azzardo? La giurisprudenza ha elaborato un approccio equilibrato: distingue nettamente tra dipendenza patologica e semplice azzardo imprudente. In sostanza, se il gioco d’azzardo ha radici in una malattia certificata (ludopatia clinicamente diagnosticata), il comportamento rovinoso del debitore non viene qualificato come “colpa grave” in senso giuridico, poiché la patologia ne limita la volontà e la capacità di agire razionalmente. Viceversa, chi ha accumulato debiti al gioco senza una reale dipendenza clinica resta pienamente responsabile delle proprie azioni: indebitarsi in modo smodato e consapevole viene considerato grave imprudenza. Questa linea interpretativa è stata espressa chiaramente dal Tribunale di Taranto, che ha negato l’accesso al piano a un giocatore definito solo “dedito” all’azzardo ma non realmente malato: mancava la prova di un disturbo patologico serio, dunque la sua condotta è stata ritenuta colposa (Trib. Taranto, sent. 06/04/2025). Simmetricamente, altre decisioni riconoscono che la ludopatia autentica può escludere la colpa grave: se il debitore dimostra, con certificazione medica specialistica, di aver sofferto di un gioco d’azzardo compulsivo ormai affrontato con un percorso di cura, la legge gli tende la mano. In tali casi, il giudice valuterà con maggior benevolenza la meritevolezza, considerando che il soggetto era affetto da una patologia che ne ha compromesso la piena capacità di intendere le conseguenze finanziarie. Il messaggio è chiaro: il sistema vuole aiutare chi è caduto vittima di un disturbo, non chi ha speculato consapevolmente confidando poi nell’azzeramento dei debiti.
Nel 2025 si sono registrate pronunce importanti che offrono una panoramica concreta di come i tribunali applicano questi principi ai casi di debiti da gioco. Emblematico è quanto accaduto in Sicilia, dove un consumatore indebitato per ingenti perdite al gioco ha tentato la via del sovraindebitamento. In primo grado, il giudice ha accolto la domanda: ritenendo che l’insolvenza fosse riconducibile alla malattia e non a condotte dolose, il Tribunale di Gela ha omologato il piano del consumatore nonostante l’opposizione di alcuni creditori, sottolineando la comprovata guarigione del debitore dopo un percorso terapeutico (Trib. Gela, decr. 21/03/2025). Il debitore, infatti, aveva documentato di essersi curato presso il servizio sanitario pubblico, mostrando di aver preso coscienza del problema. In appello, però, questa decisione è stata ribaltata. La Corte d’Appello di Caltanissetta ha adottato un approccio molto più severo: con sentenza del 23/07/2025 ha negato l’omologazione del piano, ravvisando comunque la colpa grave del debitore nonostante la precedente ludopatia. Secondo i giudici di secondo grado, la dipendenza dal gioco – per quanto diagnosticata – non può giustificare un indebitamento dissennato oltre ogni limite. In particolare, la Corte ha osservato che il debitore aveva continuato a contrarre finanziamenti ben oltre la sostenibilità, alimentando la propria esposizione anche quando già si trovava in ritardo sui pagamenti. Il fatto di aver intrapreso una terapia di riabilitazione, pur apprezzabile sul piano umano, non cancella la leggerezza con cui in passato ha accumulato debiti. In altre parole, il giudizio di meritevolezza richiede di guardare non solo alla buona fede soggettiva o al pentimento successivo, ma anche alla prudenza (o imprudenza) oggettiva dimostrata nel creare il debito. La Corte ha quindi sancito un principio fermo: la tutela del debitore fragile non può tradursi in una “licenza di indebitarsi” senza conseguenze. Se il sovraindebitamento è stato causato da un comportamento irresponsabile – come continuare a giocare e indebitarsi pur consapevoli della propria condizione – la legge non concede l’esdebitazione. Questa pronuncia d’Appello ha un peso rilevante perché richiama all’ordine: la procedura di sovraindebitamento non è un modo per scaricare sugli altri l’azzardo morale proprio.
Da segnalare, tuttavia, che non tutti i giudici adottano una linea così inflessibile. In altre sedi giudiziarie si sottolinea maggiormente l’aspetto medico e sociale della ludopatia. Ad esempio, una recente interpretazione ha affermato che per escludere la colpa grave del debitore ludopatico può essere sufficiente una certificazione medica che attesti la patologia, senza pretendere addirittura le ricevute di tutte le scommesse effettuate (in altri termini, conta la diagnosi di dipendenza, non il dettaglio delle singole perdite). Ciò mostra che esiste anche un orientamento giurisprudenziale più incline a dare fiducia al debitore che dimostri di aver affrontato la propria fragilità. Resta comunque fondamentale, per ottenere l’omologazione, fornire quanta più prova possibile della propria meritevolezza: relazioni mediche sul disturbo da gioco d’azzardo, attestati di percorsi terapeutici completati, e ovviamente un comportamento irreprensibile durante la procedura (trasparenza sui propri beni e redditi, nessuna nuova esposizione non autorizzata, ecc.). Solo così il giudice potrà convincersi che il caso rientra tra quelli “scusabili” e concedere il sospirato fresh start.
Cosa dovrebbe fare, dunque, un soggetto indebitato a causa del gioco d’azzardo che voglia accedere al sovraindebitamento? In primo luogo, affrontare il problema alla radice: intraprendere un percorso di cura della ludopatia, rivolgendosi alle strutture sanitarie o ai centri specializzati in disturbi del gioco. Questo non solo è fondamentale per la propria vita e dignità, ma avrà anche un peso decisivo agli occhi del tribunale. Un debitore che dimostri di aver preso provvedimenti per uscire dalla dipendenza – ad esempio attraverso terapia presso il SERD (Servizio pubblico per le dipendenze) o gruppi di recupero – apparirà molto più credibile e “meritevole” di tutela. In secondo luogo, è essenziale la massima trasparenza nella fase preparatoria e durante tutta la procedura: vanno dichiarati tutti i debiti accumulati, anche quelli verso parenti o amici, e tutti i beni posseduti, senza alcuna omissione. Tentare di nascondere qualcosa sarebbe un errore fatale (oltre che un reato): i creditori e l’OCC scopriranno eventuali movimenti sospetti, e ogni mancanza di lealtà porterebbe alla bocciatura o revoca del piano. Al contrario, un atteggiamento collaborativo – mettere a disposizione il proprio patrimonio, anche modesto, e destinare al piano ogni risorsa ragionevolmente sacrificabile – sarà visto di buon occhio dal giudice. In terzo luogo, la proposta di piano del consumatore dovrà essere realistica ed equilibrata: non è credibile chiedere la cancellazione totale di ogni debito “senza dare nulla in cambio”. Meglio prevedere il pagamento, anche parziale, di almeno una quota dei debiti con le risorse disponibili, mostrando la volontà di fare la propria parte. Ad esempio, si potrà offrire ai creditori il ricavato di beni vendibili (un’auto di troppo, collezioni, ecc.) o impegnarsi a versare mensilmente una somma frutto dei risparmi ottenuti rinunciando alle spese superflue. Un piano ben congegnato, che offra ai creditori il massimo possibile (anche se non l’integrale soddisfazione, che è fuori portata), ha molte più chance di essere omologato rispetto a una richiesta di cancellazione “gratuita” dei debiti. Ricordiamo che il tribunale valuta sempre la convenienza della proposta rispetto all’alternativa liquidatoria: se i creditori ottengono col piano almeno quanto ricaverebbero pignorando quel poco che il debitore possiede, non hanno motivo di opporsi oltre. In questo senso, anche l’Erario (Agenzia delle Entrate Riscossione), spesso coinvolto per via delle tasse non pagate, può aderire o essere comunque vincolato all’omologazione grazie al meccanismo del cram down. Ma tutto ciò sarà possibile solo se chi ha accumulato debiti per gioco fornirà ampie garanzie di aver cambiato rotta.
In conclusione, la Legge sul sovraindebitamento offre anche ai giocatori d’azzardo finiti in crisi una possibilità concreta di risollevarsi dai debiti ed essere riabilitati economicamente. Il quadro normativo odierno, ispirato ai principi europei, punta a evitare che una persona resti intrappolata per sempre nei debiti del passato: anche chi ha sbagliato ha diritto ad una seconda chance, se agisce in buona fede. Tuttavia, questa chance va guadagnata sul campo. I tribunali premiano il debitore onesto e trasparente, anche se reduce da errori gravi come l’azzardo, purché dimostri di aver imparato la lezione e di voler rimediare. Al contrario, chi tenta furbescamente di sfruttare la procedura per scaricare sui creditori le conseguenze di comportamenti irresponsabili troverà la porta sbarrata. La storia recente delle pronunce in materia insegna proprio questo: “Insanabile est indebtedness contrahere e ludis, nisi vera obiectione morbi probata” – contrarre debiti col gioco è imperdonabile, a meno che non sia provato un vero morbo (potremmo dire). In altri termini, il sistema è compassionevole verso la fragilità umana, ma intransigente con l’azzardo morale.
Se hai accumulato debiti a causa del gioco d’azzardo, non devi vergognarti di chiedere aiuto: il primo passo è riconoscere il problema e affrontarlo, il secondo è affidarti a esperti legali che possano guidarti nella scelta della soluzione migliore (piano del consumatore o eventuale liquidazione controllata) e nella predisposizione di una proposta seria e sostenibile. Nemo auditur propriam turpitudinem allegans – nessuno può invocare a proprio vantaggio la propria colpa, dice un brocardo: ma una colpa riconosciuta e redenta può, col supporto giusto, essere superata.
Redazione - Staff Studio Legale MP